"I" come INERTE |
| A dire il
vero, il termine "inerte" non è proprio
entusiasmante. Fa pensare a qualcosa che non agisce, che
rimane passivo e che giuoca, comunque, un ruolo
secondario. In realtà non è proprio così. Tuttavia, il
termine "inerte" si è così consolidato
nella prassi che quello alternativo di "aggregato",
più corretto, rischia talvolta di essere incompreso. Almeno dal punto di vista quantitativo, linerte giuoca un ruolo di primaria importanza giacché occupa mediamente i due terzi del volume del calcestruzzo. Ma, come si mostrerà più avanti, anche da un punto di vista qualitativo linerte è destinato a giuocare un ruolo di fondamentale importanza soprattutto nei calcestruzzi del futuro, in particolare in quelli ad alta prestazione. GRANULARITÀ DEGLI INERTI La caratteristica più
evidente dellinerte è la sua granularità, cioè
il fatto che si presenta in forma di granuli sciolti.
Quando la dimensione dei singoli granuli non supera i 4-5
mm linerte prende il nome di sabbia; se,
invece, è formato da granuli più grossi di 4-5 mm è
chiamato ghiaia (di origine alluvionale e di forma
tondeggiante), pietrisco (proveniente dalla
frantumazione della roccia e di forma irregolare), o più
genericamente inerte grosso. Il termine
"inerte", senza alcuna precisazione, include
sia la frazione fine (sabbia) che quella grossa (ghiaia o
pietrisco). La granularità
dellinerte è strettamente connessa con il suo assortimento
granulometrico, cioè con la presenza o meno delle
varie frazioni: da quelle più fini a quelle più grosse
passando per quelle intermedie. In linea di massima, con
qualche rara eccezione, linerte deve essere bene
assortito (anche se non necessariamente al massimo) in
modo tale che i granuli più fini si possano allocare nei
vuoti interstiziali presenti tra quelli dei granuli più
grossi. Ciò contribuirà alla formazione di uno
scheletro di elementi lapidei con un contenuto di vuoti
interstiziali relativamente ridotto. Questi vuoti
dovranno essere riempiti dalla pasta di cemento che, una
volta indurita, trasformerà linerte - cioè un
insieme di granuli sciolti - in un conglomerato
monolitico. ASSORTIMENTO GRANULOMETRICO Il problema della
granulometria degli aggregati presenta tre aspetti
distinti e nel contempo interconnessi: il primo riguarda
il metodo adottato per lanalisi granulometrica; il
secondo concerne il criterio di scelta della
granulometria ottimale; il terzo è inerente al metodo di
calcolo delle percentuali degli aggregati disponibili
atte a riprodurre al meglio la distribuzione
granulometrica ottimale. Analisi
granulometrica. Per la determinazione della
distribuzione granulometrica di un aggregato si ricorre
alla separazione mediante setacciatura con stacci di
diversa luce di maglia ottenendo i pesi delle singole
frazioni granulometriche. Questi, espressi
percentualmente rispetto al peso di tutto il campione
analizzato, consentono di calcolare il materiale passante
a ogni staccio. Riportando in un grafico il materiale
passante in funzione dellapertura (d) del
vaglio, si costruisce la cosiddetta "curva
granulometrica" del singolo aggregato (Fig. 1).
Distribuzione
granulometrica ottimale. Per realizzare un
conglomerato con la massima densità possibile, cioè con
il minor contenuto di vuoti interstiziali tra i singoli
granuli, la curva granulometrica del sistema solido
(cemento+aggregato) deve seguire lequazione [1]
proposta da Fuller e Thompson: P = 100 (d/D)1/2 [1] dove P è la percentuale di materiale passante allo staccio con apertura d; D è la massima dimensione ("diametro massimo") dellelemento lapideo più grosso. Se il sistema cemento +
aggregato soddisfa granulometricamente lequazione
[1], si realizza il massimo assortimento dimensionale nel
quale gli elementi più fini sono allocati nei vuoti
interstiziali di quelli medi, e questi ultimi si
dispongono a loro volta nei vuoti esistenti tra i granuli
più grossi. In ogni caso, un calcestruzzo che soddisfa granulometricamente lequazione [1] e quindi presenta il massimo impacchettamento possibile per i suoi granuli solidi (cemento + aggregato), non coincide con un sistema che, miscelato con acqua, possa essere facilmente messo in opera. In pratica, un
calcestruzzo che granulometricamente soddisfa
lequazione [1], proprio per il denso
impacchettamento dei suoi granuli, si presenta
scarsamente lavorabile e richiede, pertanto, mezzi di
compattazione molto sofisticati per essere messo in
opera. Per questo motivo, Bolomey ha suggerito di
modificare leggermente la curva granulometrica ottimale
introducendo un parametro A che tiene conto anche della
lavorabilità richiesta e del tipo di aggregato
disponibile (alluvionale o frantumato). Lequazione
di Bolomey: P = A + (100-A) · (d/D)1/2 [2] coincide con la [1] se si assume A = 0. Il parametro A assume valori crescenti da 8 a 14 se aumenta la lavorabilità del calcestruzzo e se si passa da aggregati alluvionali tondeggianti ad aggregati di frantumazione di forma irregolare (Tabella 1). Tabella
1 - Valori tipici di A per ottimizzare la granulometria
secondo l'equazione di Bolomey. La scelta di D
(diametro massimo) tanto nellequazione [1] quanto
nella [2] deve tener conto dei seguenti vincoli: a) non
deve superare il 25% della sezione minima della struttura
(per evitare di aumentare le eterogeneità del
materiale); Poiché le equazioni
[1] e [2] rappresentano lo distribuzioni granulometriche
ottimali del sistema aggregato + cemento, esse possono
essere riferite al solo aggregato normalizzando i valori
di P se si conosce la percentuale di
cemento (C) riferita al peso di tutti i
solidi (aggregato + cemento). Le equazioni [3] e [4]
rappresentano rispettivamente le curve granulometriche
ottimali di Fuller e di Bolomey riferite al solo
aggregato:
Metodi di calcolo
per la combinazione degli aggregati. In pratica è
difficile reperire aggregati che, insieme al cemento,
siano granulometricamente conformi alle equazioni [1] e
[2] oppure che, senza cemento, siano conformi alle
equazioni [3] e [4]. Gli aggregati normalmente reperibili
risultano o eccessivamente fini (sabbie) o eccessivamente
grossi (ghiaia e pietrisco) per poter da soli soddisfare
ai requisiti granulometrici dellaggregato ottimale.
Tuttavia, combinando più aggregati reali, purché
granulometricamente diversi (per esempio una sabbia e una
ghiaia), è spesso possibile "costruire" un
aggregato misto molto più vicino, rispetto ai singoli
aggregati, a quello ottimale. Nella Figura 1 sono
mostrate le curve granulometriche di una sabbia e di una
ghiaia (ricavate sperimentalmente mediante vagliatura su
stacci) a confronto con una curva ottimale calcolata da
equazioni simili a quelle dalla [1] alla [4] sopra
illustrate. Nelle colonne 1, 2 e 3
della Tabella 2 sono mostrati i valori dei passanti P
(per ogni vaglio di apertura d)
relativamente allaggregato ottimale e agli
aggregati disponibili (sabbia e ghiaia). Si può
osservare che, in corrispondenza del valore di d
= 4,76 mm nella Figura 1, il passante dellaggregato
ottimale corrisponde al 48%. Poiché solo la sabbia è
totalmente passante al vaglio con apertura da 4,76 mm (P
= 100%), è evidente che mescolando il 48% di sabbia e il
52% di ghiaia laggregato combinato sarà in grado
di soddisfare anchesso il requisito di avere un
passante del 48% in corrispondenza del vaglio da 4,76 mm.
Laggregato così ottenuto presenterà i valori dei
passanti P agli altri vagli (colonna 6 della Tabella 2)
così calcolati: si moltiplicano i passanti della sabbia
per la frazione in peso della sabbia (0,48) e quelli
della ghiaia per la frazione in peso della ghiaia (0,52).
Si ottengono così i "contributi" della sabbia
e della ghiaia ai passanti nei vari vagli (colonne 4 e 5
della Tabella 2). Si sommano, quindi, per ogni vaglio i
due contributi. Per esempio al vaglio da 9,52 mm il
contributo del passante della sabbia è 48, quello della
ghiaia è 25 e quindi il passante dellaggregato
ottenuto per combinazione è 73. Come si può vedere
laggregato ottimale e quello ottenuto per
combinazione della sabbia (48%) con la ghiaia (52%) non
necessariamente presentano tutti i valori di P
coincidenti, ancorché molto vicini tra loro. La
deviazione tra le due percentuali (quella
dellaggregato ottimale e quella dellaggregato
combinato) dipende moltissimo dalla disponibilità di
aggregati singoli idonei. Qualora questa deviazione
dovesse superare un determinato valore (per esempio più
del 10% su un vaglio) lunico modo per ridurla
sarebbe quello di procurarsi aggregati alternativi. Tabella
2 - Distribuzione granulometrica dell'aggregato ottimale,
di quelli disponibili (sabbia e ghiaia) e IDONEITÀ DEGLI INERTI Non tutti gli inerti -
naturali o provenienti da roccia frantumata - sono
necessariamente idonei alla produzione del calcestruzzo.
Esistono alcuni requisiti fondamentali (criteri di
idoneità o di accettazione) in assenza dei quali il
calcestruzzo rischia di essere degradato anche se esposto
in ambienti non particolarmente aggressivi. Questi
requisiti prevedono lassenza, innanzitutto, di
sostanze nocive alla durabilità del calcestruzzo. La lista delle sostanze
nocive include il cloruro, il solfato, la silice
alcali-reattiva, i limi argillosi e la sostanze
organiche. Inoltre, deve essere assente il comportamento
gelivo degli inerti, cioè la caratteristica di
frantumarsi quando, dopo essere stati saturati con acqua,
sono esposti a temperature che favoriscono la formazione
del ghiaccio. La norma UNI 8520 Parte
2a stabilisce i limiti per laccettazione
degli inerti, mentre le norme UNI 8520 Parte 4a
- 22a illustrano i metodi di prova per la
determinazione di questi limiti. Queste prove debbono
essere effettuate una tantum su materiali che
debbono essere impiegati per la prima volta come inerti
per calcestruzzo o per i quali non esiste comunque una
consolidata esperienza del passato. Una volta accertata
la idoneità degli inerti, non è necessario ripetere
sistematicamente queste prove a meno che non esistano
specifici motivi per sospettare che sia intervenuta
qualche variazione nella fonte di approvvigionamento
degli inerti e quindi nel loro comportamento. Cloruro Solfato Il solfato può essere
presente nellinerte in forma di gesso bi-idrato
(CaSO4·2H2O) o anidrite (CaSO4).
La presenza di solfato nellinerte oltre un certo
limite (0.2%) comporta il rischio di fessurazione del
calcestruzzo per formazione di ettringite espansiva a
seguito della reazione con gli alluminati del cemento
("E come ettringite", Enco Journal
N°5). Ci si potrebbe chiedere perchè il gesso è
tollerato (anzi indispensabile) nel cemento, mentre è
guardato come fonte di degrado se presente
nellinerte. Il gesso del cemento è macinato nel
mulino insieme al clinker e per la sua elevata finezza
reagisce immediatamente con gli alluminati del clinker
formando una pellicola protettiva di ettringite
(primaria) sui granuli di cemento impedendo una presa
troppo rapida: esso agisce da regolatore della presa del
cemento senza che lespansione, associata alla
formazione di ettringite, abbia ripercussioni negative in
quanto avviene nelle prime ore di idratazione
allinterno di un sistema plastico o comunque
deformabile. Al contrario, il gesso presente in un inerte
è granulometricamente grossolano e reagisce, quindi,
molto più lentamente con gli alluminati del cemento
(dopo mesi o anche anni). Questa ettringite - detta
secondaria - che si forma allinterno di un
calcestruzzo ormai indurito, e quindi molto rigido, è in
grado di provocare pericolose tensioni per il carattere
espansivo della reazione che porta alla formazione di
ettringite. La distribuzione non uniforme del gesso
nellinerte aggrava il rischio di fessurazione in
quanto lespansione risulta localizzata solo in
prossimità dei granuli di gesso con conseguenti tensioni
differenziali allinterno del calcestruzzo. A
differenza delle sabbie marine, che possono essere
eventualmente private dal cloruro (molto solubile in
acqua) con un trattamento di lavaggio con acqua potabile,
gli inerti inquinati da gesso non possono essere
bonificati con alcun trattamento e debbono essere
assolutamente scartati dalla produzione di calcestruzzi a
base cementizia. Silice alcali-reattiva Alcune forme di silice
presenti nellaggregato lapideo - quelle amorfe, mal
cristallizzate o comunque deformate ancorchè cristalline
- possono reagire con gli alcali del cemento (sodio e
potassio) per formare silicati alcalini idrati dal
carattere espansivo e fortemente dirompente nei confronti
della circostante matrice cementizia. Questa reazione,
nota come ASR (Alcali-Silica Reaction), si
manifesta attraverso fessurazioni irregolari o espulsioni
localizzate di malta (pop-out) che possono
pregiudicare seriamente la durabilità delle opere in
calcestruzzo. Attualmente la presenza
di silice reattiva nellinerte rappresenta la più
insidiosa ed erratica forma di degrado del calcestruzzo.
Ciò dipende dal concorso di più cause: a) La
presenza di silice reattiva in un inerte - a differenza
della presenza di cloruro o solfato rilevabile con una
semplice e rapida analisi chimica - puù essere accertata
con molta difficoltà e tempi lunghi. A causa
dellerraticità del fenomeno e della difficoltà di
diagnosticare preliminarmente la reattività della
silice, il miglior modo per affrontare il problema è
quello di prevenire il fenomeno con limpiego
sistematico di cementi di miscela alla cenere o alla
loppa oppure di cementi pozzolanici, daltoforno o
compositi in presenza dei quali la reazione alcali-silice
è fortemente ridotta o addirittura eliminata. Questa
strategia, che è una sorta di assicurazione contro i
rischi di reazione alcali-silice, dovrebbe essere
adottata in quelle aree (per esempio lungo la fascia
adriatica) dove maggiore si è rivelato il rischio di
questo degrado. Frazioni limo-argillose La presenza di limi e
argille (fango) negli inerti può influenzare
negativamente il giunto adesivo tra la superficie degli
elementi lapidei e la matrice cementizia. Se ciò dovesse
avvenire le prestazioni meccaniche del conglomerato
risulterebbero inferiori senza però alcun rischio di
degrado per la struttura. Da questo punto di vista,
quindi, la presenza di limi e argille non può essere
messa sullo stesso piano delle altre sostanze nocive
(cloruro, solfato, silice reattiva) che possono, invece,
pregiudicare la durabilità dellopera. Inoltre, un
inerte inquinato da limi e argille può essere sottoposto
a lavaggio e decantazione per essere trasformato in un
materiale idoneo anche dal punto di vista delle
prestazioni meccaniche. Sostanze organiche Le sostanze organiche
in un inerte (per lo più di origine vegetale) possono
interagire negativamente con il processo di idratazione
del cemento e rallentare o ridurre lo sviluppo delle
resistenze meccaniche. Anche in questo caso, come per i
limi e le argille, si tratta più di un inconveniente che
riduce le prestazioni del calcestruzzo senza un vero e
proprio pregiudizio per la durabilità dellopera.
Lentità dellabbattimento delle prestazioni
meccaniche, e quindi laccettabilità o meno
dellinerte inquinato da sostanze organiche, può
essere valutata attraverso le prestazioni del
calcestruzzo in confronto con quelle ottenute con un
inerte privo di sostanze organiche e di comprovata
qualità. Gelività La gelività degli
inerti (cioè la scarsa resistenza alla formazione del
ghiaccio) è solitamente associata alla presenza di
micropori con diametro di qualche µm. Gli inerti gelivi
non sono ovviamente accettabili per strutture in
calcestruzzo esposte ai cicli di gelo-disgelo anche se si
impiegano additivi aeranti capaci di proteggere la
matrice cementizia (ma non gli inerti) dallazione
del gelo. GLI INERTI NEI CALCESTRUZZI AD ALTE PRESTAZIONI In linea di massima nei
calcestruzzi ordinari con rapporti acqua/cemento (a/c)
superiori a 0.45 e resistenze meccaniche a compressione
fino a 60 MPa, lanello debole della catena è
costituito dalla matrice cementizia giacché
linerte normalmente impiegato è più compatto e
resistente della pasta di cemento. Se, però, si porta il
rapporto a/c nellintervallo 0.25-0.35 con
lintento di produrre calcestruzzi ad alta
prestazione (con resistenze meccaniche di 70-100 MPa), la
matrice cementizia può diventare più compatta e
resistente dellinerte che, in questo caso, diventa
lanello debole della catena.
In altre parole per i calcestruzzi ad alta prestazione diventa importante impiegare inerti privi di porosità ed intrinsecamente resistenti se si vuole trarre giovamento dalla riduzione del rapporto a/c. La Fig. 2 mostra linfluenza del rapporto a/c sulla resistenza meccanica quando linerte è compatto (denso) o di mediocre qualità (poroso). In un calcestruzzo con inerti porosi, se si riduce il rapporto a/c al di sotto del valore X, non si registra alcun significativo beneficio nella resistenza meccanica (che rimane costante intorno al valore Y) perchè la rottura del calcestruzzo è governata dalla rottura dellinerte; la curva tratteggiata mostra quale sarebbe il comportamento del calcestruzzo se linerte fosse invece di buona qualità (compatto). |