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Orvieto-Chiusi.
Nella mente di chi viaggia da un capo all'altro dell'Italia, percorrendo
l'Autostrada del Sole o la linea ferroviaria Direttissima, queste
due città assurgono immediatamente come nodi imprescindibili,
fulcri strategici, tappe obbligatorie trraverso cui passa la comunicazione.
Eppure Orvieto e Chiusi ebbero sin dall'epoca etrusca questa identica
funzione di cerniera, assicurando contatti commerciali e culturali
tra il comparto dell'Etruria e quello più interno, abitato
dagli Umbri. E le analogie tra passato e presente, tra storia e tecnologia
vanno ven oltre, insite nelle sapienti costruzioni di ingegneria ed
architettura.
Strutture filiformi della rete stradale e ferroviaria solcano l'ondulato
paesaggio collinare: viadotti e gallerie assicurano gli spostamenti
e riconducono ad antiche conquiste edilizie, a suggestivi itinerari
archeologici.
Inventori dell'arco a sesto acuto, gli Etruschi concepirono necropoli
monumentali, edificarono templi armonici, realizzarono cunicoli dedalici.
Ad Orvieto - la Velzna etrusca - le testimonianze archeologiche
denunciano nitidamente questa ecletticità architettonica: la
necropoli del Crocifisso del Tufo (seconda metà del VI sec.
a.C.) è costituita da camere sepolcrali esternamente identiche,
disposte con regolarità su strade ortogonali, riflesso di una
società caratterizzata da uguali diritti.
Il Tempio del Belvedere (inizio del IV sec. a.C.) è uno dei
rari edifici di culto etruschi conservatisi e fu edificato secondo
i canoni architettonici successivamente enucleati dal teorico romano
Vitruvio: accessibile mediante una scalinata, si erge su un alto podio;
la metà anteriore prevede il vestibolo colonnato (8 colonne
su due file), quella posteriore tre celle.
La testimonianza archeologica più insolita e più suggestiva
è tuttavia costituita dalla rete straordinaria di meandri che
si trova sotto la città attuale, dentro la rupe tufacea. Risultato
di scavi e trasformazioni plurimillenarie, le strutture ipogee orvietane,
ubicate nei pressi del Duomo, scandiscono l'evoluzione storica della
città stessa.
La frequentazione etrusca è testimoniata da pozzi (cm 120x80),
dotati delle caratteristiche pedarole, gli incavi ricavati
nelle pareti per facilitare lo scavo progressivo e la manutenzione.
All'epoca medievale è invece ascrivibile l'attiguo, ampio frantoio
con due macine e, in successione, i resti di una cava di pozzolana,
sfruttata fino al milleottocento. A breve distanza, cunicoli tortuosi
consentono l'accesso ad un'altra serie di ambienti ipogei, che prendono
luce da finestre a picco sulla vallata e sono caratterizzati da migliaia
di nicchiette, scavate nelle pareti. Tali ambienti erano destinati
all'allevamento dei colombi e furono utilizzati a questo scopo fino
al milleseicento.
In questo modo la città, dotata di acqua anche in caso di assedio,
autosufficiente nel cibo grazie al ciclo di velocissima riproduzione
dei colombi, si assicurava l'inespugnabilità e la sopravvivenza.
Percorsi ipogei, ugualmente suggestivi, si snodano sotto il centro
storico di Chiusi: sotto la via intitolata al celebre re Porsenna,
in un ampio corridoio, sono raccolte centinaia di urne cinerarie e
tegole, arricchite da iscrizioni onomastiche etrusche.
Un ulteriore percorso sotterraneo, noto come Labirinto di Porsenna,
è fruibile dal giardino della Cattedrale di San Secondiano
ed è stato oggetto, nel corso del tempo, di continue interpretazioni.
Escluso il carattere funerario e l'utilizzazione a fini militari,
il groviglio di cunicoli, che si snoda per circa 120 metri, sembra
piuttosto riconnettersi alla rete idraulica etrusca. L'itinerario,
suggestivo e sorprendente, culmina in una colossale cisterna di epoca
romana (I sec. a.C.), capiente 150.000 litri d'acqua; da qui si risale,
per uscire alla base della torre campanaria medievale.
Ancora una fitta rete di cunicoli caratterizza il tumulo monumentale
di Poggio Gaiella, il cui ipogeo più antico è la tomba
a pianta circolare, scavata nella roccia, con pilastro centrale e
volta a cupola (decenni finali del VII sec. a.C.). La struttura labirintica
del monumento ha originato, nell'Ottocento, la discussa identificazione
di questo tumulo con il mausoleo di Porsenna, ipotesi finora suffragata
soltanto dalla veloce testimonianza di Plinio il Vecchio, secondo
cui il re sarebbe stato sepolto nel mausoleo-labirinto "sub
urbe Clusio".
Ed è ancora Plinio, in un passo stringato, a ricordare Porsenna
e a collegarlo direttamente alla città di Volsinii (Orvieto):
il re, investito di proprietà e connotati sacerdotali, avrebbe
folgorato il mostro Olta che, dopo aver devastato i campi di Volsinii,
avrebbe minacciato la sopravvivenza della stessa città. La
qualifica attribuita a Porsenna, quale re di Chiusi e di Volsinii,
è stata di recente interpretata come indizio di un'estensione
politico-territoriale: Porsenna avrebbe ampliato il territorio amministrato,
governando da Chiusi a Orvieto.
Numerosi e sottili sono i fili che annodano presente e passato, le
città di Orvieto e Chiusi
E chissà che qualcuno,
solcando per caso i moderni percorsi, non si arresti a ripercorrerne
gli itinerari antichi; a riavvolgere, come nuova Arianna o nuovo Teseo,
l'intrigante gomitolo della storia.
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