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Una tartaruga
gigante, un drago alato con le fauci spalancate, un Cerbero a tre
teste, un elefante che con la proboscide atterra ed avvicina a sé
un legionario, leoni ed orsi pietrificati, nell'atto di sorvegliare
e ammonire. Si tratta di leggende lontane, fiabe e miti d'altri tempi,
sapientemente scolpiti nella roccia tra piante secolari di querce,
lecci, castagni.
Bomarzo, nell'alto Lazio, ospita un insieme unico nel suo genere:
un giardino abitato da creature di pietra, noto come Bosco Sacro o
Parco dei Mostri. A volerne la realizzazione fu la fantasia e la cultura
di Vicino Orsini, signore del borgo, che, nel 1552, avviò i
lavori di questo straordinario complesso, dove arte e paesaggio si
integrano armoniosamente.
Il Rinascimento aveva da poco riscoperto l'amore per la natura attraverso
i testi dei poeti classici e contemporanei; ma ad ispirare l'Orsini,
umanista colto e raffinato, concorrono anche i poemi epici e cavallereschi:
la Divina Commedia di Dante, i poemi del ciclo carolingio, l'Orlando
Furioso di Ludovico Ariosto.
La macchia
boscosa avvolge e completa le sculture: grandi oggetti, grandi figure
di uomini, di animali e di esseri fantastici - sfingi, tritoni e ninfe
- sono ricavati scolpendo i massi grigi di pietra lavica che caratterizzano
la zona. L'ambiente naturale che delimita e protegge il Parco, integrandosi
con esso, conferisce all'intero complesso un senso di meraviglia,
di stupore, di sottile incantesimo, e il tutto appare sospeso come
in un'atmosfera di magia e di fiaba. L'insieme ha, tuttavia, un'aria
solo apparentemente casuale: in realtà, il signore di Bomarzo
deve aver compiuto un attento studio per utilizzare al meglio le rocce
emergenti, gli scorci più suggestivi tra la vegetazione rigogliosa
e per modificare i dislivelli del terreno.
Abilmente modellate da artisti rimasti ignoti, figure surreali di
giganti in lotta sorgono come apparizioni dalla terra nuda. Si tratta
probabilmente della lotta tra il bene e il male, rappresentata da
Ercole nell'atto di annientare Caco per avergli rubato gli armenti.
Ma il richiamo alla mitologia classica non si esaurisce in questa
scena: quasi di fronte si scorge Pegaso, il favoloso cavallo alato,
che con le zampe anteriori schiaccia un masso roccioso, probabile
rappresentazione della catena montuosa greca dell'Elicona. Secondo
la leggenda, infatti, la montagna si era eccezionalmente gonfiata,
fino a raggiungere il cielo, costringendo Poseidone a chiedere l'intervento
di Pegaso perché colpisse con gli zoccoli il monte, fino a
quando non avesse assunto le antiche dimensioni.
Proseguendo la passeggiata, risalendo viottoli, aggirando lievi pendenze
naturali, il visitatore incontra altre creature mitologiche: la ninfa
dormiente di proporzioni gigantesche, Cerere seduta con in testa un
grande vaso ornato di verdura, Nettuno, il dio del mare, altrimenti
interpretato da alcuni come la personificazione del Tevere, fiume
che scorre in fondo alla valle di Bomarzo. L'imponente scultura raffigura
un uomo barbuto che tiene vicino a sé un piccolo delfino. La
statua domina una vasca, posta a suggestiva conclusione di un viale
largo e ombreggiato; accanto alla fontana si palesa un secondo, più
grande delfino con la bocca aperta.
Nei pressi
s'impone, per mole e suggestione, l'elefante. La rappresentazione
di questo animale non era rara nel Rinascimento: Ciriaco d'Ancona,
umanista curioso, ne rilevò per la prima volta le impronte
in Africa; e nel 1514 suscitò probabilmente grande stupore
il fatto che il re de Portogallo avesse donato a Papa Leone X un elefante,
di nome Annone. Il pachiderma di Bomarzo è tuttavia raffigurato
in battaglia: il dorso è sormontato da una torretta ed è
condotto da un elefantario; con la proboscide l'animale agguanta un
legionario romano.
La meraviglia e lo stupore assalgono ancor più violentemente
il visitatore, quando questi incontra un'altra creatura fantastica:
un drago alato, con il corpo squamoso, viene attaccato da tre belve
e si difende azzannandole, spalancando le fauci, mostrando le orbite
degli occhi, perfettamente circolari, furenti e indemoniate.
E come non trasalire di nuovo, quando si palesa imponente l'ennesima,
strabiliante meraviglia: l'orco? Un'enorme faccia terrificante - simbolo
del Parco dei Mostri - ha le fauci spalancate e sembra fissata nell'atto
di emettere un grido spaventoso. L'iscrizione incisa sul labbro superiore
- ogni pensiero vola - sembra una parafrasi del celebre verso dantesco,
che il poeta immagina scolpito sulla porta dell'Inferno (Lasciate
ogni speranza, voi ch'entrate). In effetti, la bocca spalancata e
le grandi orbite vuote potrebbero richiamare il simbolico ingresso
agli inferi. Tuttavia, dentro la faccia demoniaca, è stata
realizzata un'altra e più fantasiosa bizzarria, che lascia
interdetto il visitatore: l'apertura conduce ad un ampio vano quadrato
con dei sedili e una tavola centrale, ricavati nella pietra.
Nel parco, in posizione ombreggiata e appena marginale rispetto alle
tante figure fantastiche che si susseguono, trova posto anche un piccolo,
stravagante edificio: la casetta pendente. Si tratta di una palazzina
a due piani, pensata come luogo di sosta durante la passeggiata tra
il verde: l'iscrizione latina, incisa su un architrave esterno (Animus
quiescendo fit prudentior ergo: con il riposo lo spirito diventa più
saggio), ne chiarisce la funzione. La costruzione appare oggi fortemente
inclinata, ma la sua pendenza non è da attribuire a una stravaganza
del costruttore, quanto ai graduali cedimenti del terreno. Ciò
sembra infatti confermato da una lettera indirizzata da Vicino Orsini
all'architetto Vignola, occupato alla realizzazione della villa farnesiana
di Caprarola. Il signore di Bomarzo, pertanto, sollecita l'intervento
del Vignola per salvare la costruzione dal pericolo di crollo.
Un ulteriore
edificio architettonico inserito nel Parco, ai piedi della collina
più alta, è il piccolo tempio, fatto costruire da Vicino
per commemorare la prima moglie, Giulia Farnese, morta intorno al
1557-58.
L'edificio, preceduto da un portico tetrastilo, ha la cella ottagonale
con copertura a cupola; i fregi del basamento, ornati di corone, ghirlande
e nastri, ricordano antichi motivi decorativi romani.
A conclusione della passeggiata, recuperando il sentiero che conduce
fuori da questo mondo favoloso, l'attenzione del visitatore è
infine catturata da un'altra suggestiva creatura: dal terreno emerge,
indomita, la testa colossale di un mostro marino con la bocca spalancata.
La testa è sormontata da un gigantesco globo terrestre, sopra
cui si impone un castello, nella cui architettura si riconosce l'impianto
della residenza degli Orsini.
Il palazzo, un imponente complesso castellano, in origine difeso da
torri e postierle, si individua facilmente sulla sommità della
vicina rupe tufacea su cui sorge Bomarzo. Il primo nucleo dell'abitato
risale all'epoca medievale e si integra con la residenza degli Orsini.
Arroccato, isolato e naturalmente protetto dal digradare del terreno
e da un fossato a valle, Bomarzo assunse sin dall'epoca alto medievale
importanza e prestigio, vigilando sulla valle del Tevere. Frequentato
per tutto il Medioevo, periodo durante il quale gravita culturalmente
e militarmente nell'area viterbese, è solo nel cinquecento
che per Bomarzo comincia una fase di rinnovamento dinastico ed edilizio.
La nuova signoria degli Orsini amplia infatti sul plateau tufaceo
la propria residenza, e nella valle sottostante realizza il fantasioso
parco.
Le due strutture, quella del castello-palazzo e quella del parco incantato,
si completano a vicenda e denunciano la cultura e la fantasia del
loro ideatore. Con la realizzazione del Parco si attuava pertanto
il progetto di un uomo estroso e colto, in cui architettura, magia,
letteratura, natura ed arte si amalgamano con armonia.
Così, chi ancora oggi è sensibile a questo richiamo
e volesse, lontano dai rumori, estraniarsi dal presente per cavalcare
la fantasia, rincorrendo creature bizzarre e meravigliose, può
accogliere l'invito generoso che, quasi cinquecento anni fa, lo stesso
Vicino Orsini lanciava:
"Voi
che pel mondo gite errando, vaghi
di veder meraviglie alte e stupende,
venite qua, dove son faccie horrende
elefanti, leoni, orsi, orchi e draghi".
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