|
La
zona di transizione, che è in genere più porosa e meccanicamente
più debole degli altri due componenti (aggregato lapideo e
matrice cementizia), esercita un'influenza sulle proprietà
del materiale composito significativamente maggiore di quella che
ci si potrebbe attendere dalle sue dimensioni relativamente ridotte
(Fig. 4).
Per interpretare meglio il meccaniscmo dell'influenza, piuttosto complessa
esercitata dalla zona di transizione sulle proprietà meccaniche
(ma anche su quelle elastiche e su quelle riguardanti la durabilità)
del materiale è opportuno approfondire la descrizione di questa
zona-chiave del calcestruzzo.
Nel calcestruzzo fresco sottoposto a compattazione, intorno alle zone
inferiori dei granuli grossi dell'aggregato vengono a formarsi dei
film di acqua (qualche decina di mm) al di sotto dei quali si raccoglie
prevalentemente l'acqua di bleeding (Fig. 3). Già questa
situazione determina un rapporto acqua/cemento più elevato
(e quindi una maggiore porosità) nella zona di transizione
rispetto alla matrice cementizia. La formazione dei primi germi-cristallini
di Ca(OH)2 e di ettringite, che avviene in tutta la matrice
cementizia per effetto dell'idratazione dei silicati e degli alluminati
del cemento (si consulti ""H" come......Hydration",
Enco Journal, N° 8), è seguita da un maggior accrescimento
dei cristalli di questi prodotti nella zona di transizione più
porosa per il maggior rapporto acqua/solido localmente esistente [3].
La maggiore porosità di questa zona consente anche lo sviluppo
di cristalli di calce pluristratici, orientati più o meno parallelamente
alla superficie dell'aggregato, ma anche facilmente sfaldabili e quindi
meccanicamente più deboli. In tempi successivi, negli interstizi
disponibili tra i cristalli di calce e di ettringite, vengono a depositarsi
il C-S-H (prodotto per idratazione dei silicati del cemento)
in forma di fibre più o meno reticolate e nuovi cristalli più
piccoli di calce e di ettringite: questo secondo processo, molto più
lento rispetto alla formazione iniziale dei primi grossi cristalli
di calce e di ettringite, comporta un progressivo riempimento dei
pori esistenti nella zona di transizione, cosicché nel giro
di diversi mesi la porosità della zona di transizione tenderebbe
ad eguagliare quella della matrice cementizia (Fig. 5). La microstruttura
schematizzata nella Fig. 4 si riferisce ad una situazione intermedia
(circa 1 mese) quando ancora la zona di transizione è più
porosa e quindi meccanicamente più debole della matrice cementizia.

Fig. 4 - Rappresentazione schematica di un calcestruzzo nella zona
di transizione
tra aggregato lapideo e matrice cementizia.

Fig. 5 - Andamento schematico nel tempo della porosità nella
matrice cementizia
e della zona di transizione del calcestruzzo.
In
condizioni particolarmente favorevoli, a tempi molto lunghi, e con
accurata stagionatura umida per favorire il grado di idratazione del
cemento, la zona di transizione potrebbe anche diventare un po' meno
porosa della matrice (Fig. 5) con formazione di veri e propri legami
chimici tra i prodotti di idratazione del cemento e la superficie
dell'aggregato: con formazione di carboalluminati se quelt'ultimo
è il tipo calcareo, o di C-S-H se l'aggregato è
siliceo. Tuttavia, è difficile che questa situazione, che potenzialmente
determinerebbe addirittura una maggiore resistenza meccanica della
zona di transizione, possa realmente verificarsi nelle usuali stagionature
all'aria dei conglomerati cementizi, cioè in assenza di un'accurata
stagionatura umida.
Inoltre, un'altra caratteristica della zona di transizione, in aggiunta
ad una maggiore porosità che si protrae per diversi mesi, consiste
nell'innesco e nella propagazione di microfessure che danneggiano
irreversibilmente il materiale. Le microfessure si possono formare
nella zona di transizione per una qualsiasi causa di sollecitazione
che provochi un movimento differenziale tra la matrice cementizia
e l'aggregato dotati di modulo elastico significativamente diversi
tra loro: un gradiente termico originato dal calore di idratazione
del cemento; un ritiro igrometrico che coinvolge la matrice ma non
l'aggregato; un carico applicato per un tempo più o meno lungo
ancorché inferiore a quello di rottura. In tutte queste circostanze
la zona di transizione (se viene a mancare una stagionatura umida
prolungata per qualche mese e ciò si verifica correntemente)
diventa il luogo dove si accumulano le varie microfessure tra la superficie
dell'aggregato e la circostante matrice cementizia.
Quando il materiale è sollecitato fino a rottura, durante la
prova per la determinazione della resistenza meccanica, le microfessure
già esistenti subiscono un aumento per spessore e lunghezza,
propagandosi preferibilmente nella zona di transizione e successivamente
nella matrice cementizia, In genere, a partire da una sollecitazione
pari a circa il 40% di quella che provoca la rottura (cioè
della resistenza meccanica), le deformazioni del calcestruzzo aumentano
molto più rapidamente con il progressivo incremento della sollecitazione
proprio per il propagarsi delle microfessure già esistenti
nella zona di transizione. Ciò spiega perché il calcestruzzo
mostri una deformazione plastica laddove i suoi componenti singoli
(aggregato e pasta di cemento) si comportano fragilmente alla rottura
dopo una deformazione elastica pressoché lineare (Fig. 6).
Inoltre, quando si raggiunge una sollecitazione pari a circa il 70%
di quella che provoca la rottura, ha inizio la fessurazione della
matrice a causa della concentrazione degli sforzi intorno ai vuoti
(macro-cavità, pori, difetti) esistenti nella matrice stessa.
Con sollecitazioni progressivamente maggiori, le fessure si diffondono
attraverso la matrice e vanno a ricongiungersi con quelle pre-esistenti
sviluppatesi nella zona di transizione, creando così uno stato
fessurativo pressochè continuo e provocando, quindi, la rottura
del materiale. In assenza di aggregati, invece, la propagazione delle
fessure nella pasta cementizia, fino allo stato fessurativo continuo
e quindi alla rottura, richiede una maggiore sollecitazione. Ciò
spiega perché il calcestruzzo presenta una minore resistenza
meccanica rispetto non solo all'aggregato, ma anche alla matrice cementizia
(Fig. 6).
Infine, poiché la propagazione delle fessure richiede più
forza ma anche più energia nelle sollecitazioni di compressione
che in quelle di trazione, si può spiegare perché la
resistenza meccanica a compressione sia maggiore di quella a trazione,
e perché il calcestruzzo presenti il caratteristico comportamento
di un materiale fragile, anche se in realtà esso subisce, prima
delle rottura, una leggera deformazione plastica.
Sulla base del meccanismo sopra illustrato, ed in particolare del
ruolo giocato dalla zona di transizione, si può anche spiegare
l'influenza del fuoco sulle proprietà elastiche e meccaniche
del calcestruzzo: a causa delle tensioni termiche, infatti, le microfessure
pre-esistenti nella zona di transizione si allargano e si estendono
riducendo ulteriormente il contatto tra matrice cementizia ed aggregato
e la conseguente possibilità di trasferire gli sforzi. Pertanto,
dopo un incendio si registra, in genere, una diminuzione di modulo
elastico del calcestruzzo molto maggiore del corrispondente calo nella
resistenza meccanica a compressione.
Poiché la zona di transizione gioca un ruolo molto più
determinante con gli aggregati grossi, dove è più facile
che si verifichino le condizioni di acqua intrappolata per effetto
del bleeding interno (Fig. 3), ne consegue che, a parità di
rapporto acqua/cemento, la resistenza meccanica a compressione risulterà
minore nel calcestruzzo che non nella malta.
La presenza di microfessure nella zona di transizione, oltre ad influenzare
le proprietà meccaniche ed elastiche del calcestruzzo condiziona
anche la permeabilità all'acqua e ad altri potenziali agenti
aggressivi: in corrispondenza della zona di transizione, intrinsecamente
più porosa e più microfessurata, diventa più
facile l'ingresso di acqua e di aria con conseguenze negative sula
durabilità del calcestruzzo e sulla protezione dei ferri dalla
corrosione.
Tabella
1 - Composizione di un calcestruzzo DSP.

|
|
In
teoria, la combinazione di fumo di silice e di superfluidifcante potrebbe
essere spinta a dosaggi molto maggiori di quelli utilizzati per i
calcestruzzi ordinari arrivando ad una microstruttura della matrice
cementizia più densificata e meccanicamente più resistente.
Tuttavia, per le ragioni esposte precedentemente, è praticamente
inutile adottare questi accorgimenti finalizzati ad una maggiore densificazione
della matrice cementizia, se non si dispone di aggregati altrettanto
densi e compatti come la matrice stessa e se non si elimina, soprattutto,
l'inconveniente di una porosa zona di transizione tra la matrice e
gli elementi lapidei.
Pertanto solo disponendo di aggregati densi e compatti (basalti, graniti,
ecc.), con tessitura superficiale ruvida per favorire la massima adesione
della matrice agli aggregati in corrispondenza della zona di transizione,
diventa possibile sfruttare al massimo l'ulteriore densificazione
conseguibile nella matrice con un maggior contenuto di particelle
ultra-fini. Ovviamente il maggior contenuto di queste particelle finissime
deve essere accompagnato da un maggior dosaggio di superfluidificante
per compensare l'enorme richiesta d'acqua provocata dalla polvere
del finissimo.
Un'applicazione di questo principio è presentata esemplificativamente
in Tabella 1 dov'è mostrata la composizione di un'impasto DSP
con resistenze meccaniche a compressione che a tempi lunghi (3 anni)
superano i 150 N/mm2 e che a 28 giorni superano facilmente
i 120 N/mm2 (Fig. 7).
Come si può vedere in Tabella 1, il dosaggio di fumo di silice
arriva a 130 kg/m3 (oltre il 30% del cemento), mentre l'altissimo
dosaggio di additivo (oltre il 6% sul cemento e fumo di silice) consente
di ridurre il rapporto acqua/cemento a 0,25 e quello acqua/(cemento
+ fumo di silice) a meno di 0,20. Proprio per utilizzare al massimo
il principio della estrema densificazione si è rinunciato ad
ottenere un impasto fluido limitando la consistenza a quella di terra
umida (S1: slump 30 mm) per ridurre ogni possibilità
di bleeding in fase di compattazione e favorire, quindi, la
formazione di un legame adesivo nella zona di transizione tra matrice
ed aggregato.
Tuttavia, tutti questi accorgimenti sarebbero stati in gran parte
vanificati se non fosse stato selezionato un aggregato di frantumazione
(quarzite e granito), di per sé molto resistente meccanicamente,
ma anche con caratteristiche superficiali che favoriscono l'adesione
all'interfaccia tra matrice ed aggregato.
Incidentalmente si può notare che, nonostante lo slump molto
basso (30 mm), il materiale risulta facilmente compattabile per il
particolare comportamento reologico del sistema che deriva dall'impiego
combinato del fumo di silice e del superfluidificante: viscoso da
fermo e fluido in movimento (tixotropico).
Un aspetto pratico molto significativo per la produzione di questi
tipi di materiali riguarda l'efficacia ed il tempo di mescolamento:
solo con l'impiego di premiscelatori che favoriscono uno sforzo di
taglio sull'impasto è possibile, con gli usuali tempi di miscelazione,
disperdere efficacemente le particelle di fumo di silice in granuli
individuali (che normalmente tenderebbero ad agglomerarsi in "ammassi"
particella più ingombranti) ed a favorire l'inserimento delle
particelle finissime (<0,1 mm) negli interstizi tra i granuli di
cemento (Fig. 2). Con la miscelazione correntemente impiegata nella
produzione di calcestruzzo preconfezionato, in assenza cioè
di un premiscelatore, è necessario prolungare il tempo di miscelazione
fino a 10-20 minuti o a disperdere preliminarmente la sospensione
di fumo di silice in acqua con trattamenti ad onde ultrasoniche [4].
Inoltre, in alcune applicazioni pratiche, dove si è tentato
di ridurre al minimo la lavorabilità dell'impasto, per favorire
il minor rapporto acqua/cemento possibile, si è trovato che
l'applicazione di un sistema di disareazione sotto vuoto favorisce
l'espulsione dell'aria in fase di compattazione dell'impasto e consente
di raggiungere più facilmente il massimo stato di densificazione
con conseguente positiva influenza sulla resistenza meccanica [4].

Fig.8 - Curva sforzo-deformazione di provini cubici (150 mm) sottoposti
a compressione confezionati con e senza fumo di silice (FdS) e superfluidificante
(SF). Il provino armato conteneva una spirale d'acciaio.
|
|
Accanto
alle straordinarie prestazioni in termini di resistenza meccanica
a compressione illustrate nella precedente sezione, ed a parte l'altrettanto
straordinario comportamento nei confronti delle aggressioni ambientali
qui non esaminate per ragioni di brevità, i materiali DSP
presentano, tuttavia, alcuni limiti nel comportamento deformazionale
sotto sforzo: viene accentuato, in sostanza, il carattere fragile
del materiale che presenta un'energia di frattura relativamente modesto.
Questi limiti prestazionali sono strettamente connessi con la microstruttura
densa del materiale DSP e non già con la composizione
chimica del composito ed in particolare con la presenza di fumo di
silice e superfluidificante.
Nella Fig. 8 sono mostrate comparativamente le curve di sforzo (a
compressione) in funzione della deformazione su provini cubici dei
seguenti materiali caratterizzati da diversi valori di resistenza
a compressione (Rc):
a) calcestruzzo ordinario (Rc = 27 N/mm2)
senza fumo di silice (Fds) e senza superfluidificante (SF);
b) calcestruzzo ordinario con fumo di silice (15%), senza superfluidificante
(Rc = 35 N/mm2);
c) calcestruzzo ad alta resistenza meccanica con superfluidificante
(2%) senza fumo di silice (Rc = 52 N/mm2);
d) materiale HPC con 15% di silice e 3% di superfluidificante
(Rc = 91 N/mm2);
e) materiale HPC come in d) nel cui provino cubico è
stata inserita una spirale metallica in acciaio (Rc
= 95 N/mm2).
Le brusche cadute delle curve dopo il massimo (rottura) evidenziano
il carattere fragile sia del calcestruzzo ad alta resistenza meccanica
(Rc = 52 N/mm2) senza fumo di silice,
sia del materiale HPC (Rc = 91 N/mm2).
D'altra parte il carattere fragile diminuisce al diminuire della resistenza
meccanica passando al calcestruzzo con Rc = 35 N/mm2
(con fumo di silice) ed ancor più a quello con Rc
= 27 N/mm2 (senza fumo di silice). La presenza di acciaio
annegato nel materiale HPC (Rc = 95 N/mm2)
elimina completamente il carattere fragile.
La minore duttilità dei materiali HPC, che è
legata alla microstruttura più densa che favorisce la tipica
rottura fragile dei materiali ceramici densi, deve essere tenuta in
conto nel calcolo strutturale e compensata, quindi, attraverso un'adeguata
distribuzione delle armature metalliche.
Bibliografia
[1] H.H. Bache, "Densified Cement/Ultra-Fine Particle Based Materials"
presentato al Second International Conference on Superplasticizers
in Concrete, 35 pagine, Ottawa (1981);
[2] F. Maso, "The bond between aggregate and hydrated cement
paste", Proceedings of the Seventh International Congress on
the Chemistry of Cements, Vol 1, pag VII-1/3, VII-1/15, Editions Septima,
Parigi (1980);
[3] P.K. Metha, "Concrete, Structures, Properties and Materials",
Prentice-Hall, Englewood Cliffs (1986);
[4] J. F. Young e H.M. Jennings, " Advanced cement-based materials
", in Cement and Concrete Science & Tecnology, Vol. 1, Part
1, pag. 346-372, Ed. S.N. Ghosh (1993).
|