STAGIONATURA DEL CALCESTRUZZO:
PERCHE' COSI' IMPORTANTE E PERCHE' COSI' DISATTESA?


Silvia Collepardi e Roberto Troli

Enco Srl - Ponzano Veneto (TV) - info@encosrl.it

IL CALCESTRUZZO E' COME IL VINO

Il calcestruzzo, per certi aspetti, è come il vino. Una stagionatura scadente rischia di penalizzare le qualità del prodotto nonostante la buona scelta delle materie prime. Un buon mix-design (che ha tenuto in conto le difficoltà di getto e la conseguente lavorabilità da adottare, le prestazioni meccaniche e l’esposizione ambientale della struttura, come anche il copriferro e le conseguenti limitazioni sulla dimensione massima dell’aggregato) rischia di non essere sufficiente per il raggiungimento delle prestazioni programmate se il manufatto è lasciato in balia degli eventi atmosferici al momento della sformatura.

Infatti, un clima asciutto, caldo e ventilato al momento della scasseratura, comporta una rapida essiccazione della parte corticale del manufatto con una serie di conseguenze negative sulla stabilità dimensionale e sulla durabilità dell’opera:

- minore idratazione del cemento in superficie per carenza di acqua con conseguente maggiore porosità proprio nella parte più funzionale (il copriferro) alla protezione delle armature metalliche;

- rischio di fessurazione (Fig 1.) a causa del maggior ritiro igrometrico sulla parte corticale con conseguente precoce carbonatazione del copriferro e conseguente rischio di corrosione delle armature metalliche;

- minore resistenza meccanica della parte corticale con rischio di penalizzazione della resistenza meccanica sulla superficie del manufatto facilmente individuabile con misure sclerometriche;

- minore resistenza all’abrasione in caso di manufatti esposti a sollecitazioni in superficie come le pavimentazioni industriali.

D’altra parte, un clima saturo di umidità al momento della sformatura, e persistente per alcuni giorni (almeno 3, possibilmente 7), consente di completare l’idratazione del cemento nella “pelle” della struttura senza alcuno degli inconvenienti sopra lamentati. Chi può - al momento della stesura delle prescrizione di capitolato - prevedere se il clima, al momento della sformatura, sarà umido - e quindi favorevole alla qualità del manufatto in opera - o secco e penalizzante per le prestazioni della struttura? Ed ancora: ammesso e non concesso che per qualche fortunata struttura il clima si mantenga saturo di umidità per il tempo necessario alla buona stagionatura del manufatto, come poter essere certi che questo evento favorevole si estenda a tutte le strutture che compongono l’esecuzione dell’opera in tutta la sua durata ?

Per questi motivi, un capitolato che non tenga conto di questi importanti aspetti tecnologici per le prestazioni delle strutture in servizio è di fatto un pessimo capitolato, qualunque sia la cura messa nella specifica delle altre operazioni (scelta delle materie prime, composizione, miscelazione, compattazione, ecc.). L’incuria ha conseguenze tanto più penalizzanti, e talvolta devastanti (si pensi, per esempio, alle costruzioni in aree geografiche del medio-oriente), quanto più secco è il clima in quanto maggiore è la disidratazione della parte corticale del manufatto.

D’altra parte in climi freddi, che rallentano l’idratazione del cemento e quindi l ‘indurimento della corteccia del manufatto, il rischio di una stagionatura troppo breve, ancorchè accurata, potrebbe avere conseguenze altrettanto devastanti di quelle registrate nei climi secchi e ventilati: per questo motivo le raccomandazioni per un’adeguata stagionatura tengono conto anche delle condizioni termiche, oltre alla classe di resistenza meccanica del cemento scelto: più rapido, infatti, è lo sviluppo della resistenza meccanica del cemento, minore è la dipendenza del grado di idratazione e dell’indurimento del copriferro. Nella Tabella 1 la norma UNI EN 206-1 mostra appunto i tempi di stagionatura in funzione delle condizioni climatiche al momento della sformatura e della classe del cemento prescelto.




Fig. 1 - Fessure indotte dal ritiro igrometrico sulla superficie non stagionata.

I METODI DI STAGIONATURA: SONO TUTTI EQUIVALENTI?

In sostanza impedire l’evaporazione dell’acqua dal calcestruzzo verso l’ambiente durante i primi giorni dal getto. Per realizzare questo obiettivo ci sono diverse modalità non tutte equivalenti tra loro per costo ed efficacia.

Il metodo più efficace si basa sulla continua bagnatura con acqua delle superfici appena sformate. Il metodo è spesso adottato nel settore del calcestruzzo prefabbricato mediante spruzzatori automatici di acqua nebulizzata sui manufatti in attesa di stoccaggio prima della loro spedizione al cantiere. Il costo è relativamente modesto, in prefabbricazione, perchè la installazione dei nebulizzatori di acqua viene fatta una tantum e successivamente l’operazione è completamente automatizzata senza l’aggravio di manodopera.

Nel caso delle strutture gettate in opera ,invece, la nebulizzazione richiederebbe più installazioni in funzione dell’avanzamento dei lavori e un maggior aggravio di manodopera per lo spostamento e la regolazione dei nebulizzatori. Per i manufatti gettati in opera, un’alternativa alla stagionatura con acqua nebulizzata può essere individuata nell’applicazione di agenti stagionanti (curing compound in inglese) sotto forma di membrane anti-evaporanti; queste sono costituite da un prodotto a base di prodotti cerosi disciolti in un solvente e spruzzati una sola volta sulle superfici appena sformate: l’evaporazione del solvente comporta il deposito di una membrana pellicolare del prodotto ceroso sulla superficie da cui l’evaporazione di acqua risulta fortemente rallentata, se non proprio completamente impedita, proprio dal sottile strato di cera. La stabilità della pellicola anti-evaporante -purchè non rimossa meccanicamente - è assicurata per un periodo sufficientemente lungo (da una settimana ad un mese) per garantire una buona stagionatura umida in qualsiasi condizione ambientale (Tabella 1). L’unico inconveniente della protezione con gli agenti stagionanti è rappresentato dalla necessità di rimuovere meccanicamente la pellicola in caso di riprese di getto sulla superficie trattata con la membrana anti-evaporante e, per questo, resa meno aderente ai getti di calcestruzzo successivo.






Un metodo analogo al precedente consiste nell’applicare, sulla superficie del manufatto appena sformato, un foglio di plastica impermeabile purchè assicurato a contatto della “pelle” di calcestruzzo per impedire una evaporazione localizzata con condensa della umidità sulla superficie interna del foglio di plastica.

Un’altra modalità adottabile per le strutture gettate in opera, più efficace della precedente, si basa sull’applicazione di una tela di sacco bagnata permanentemente mediante saltuarie ma ripetute applicazioni di acqua sulla superficie.

LA (NON-)STAGIONATURA DELLE PAVIMENTAZIONI

Un discorso a parte meritano le pavimentazioni industriali o le lastre in c.a. destinate alle superfici orizzontali (aeroporti, marciapiedi, ecc.) : questi manufatti, rispetto alle strutture gettate entro casseri, presentano l’aggravante di non essere mai protette dall’essiccamento come avviene nelle strutture gettate entro casseri e quindi protette dalla evaporazione dal momento del getto per almeno qualche giorno fino alla sformatura. In altre parole, l’evaporazione dell’acqua dalla superficie delle pavimentazioni e delle lastre orizzontali può iniziare - in ambienti insaturi di umidità - subito dopo il getto, quando notevole è la quantità di acqua libera che può evaporare e pressochè nulla è la resistenza a trazione per opporsi alle sollecitazioni indotte dal ritiro. Per questo motivo, nel caso delle pavimentazioni, oltre al ritiro igrometrico che coinvolge il calcestruzzo indurito come si verifica per le strutture casserate dopo la loro sformatura, si aggiunge il più stressante ritiro plastico cioè quello che che coinvolge le superfici di calcestruzzo fresco (cioè ancora in fase plastica). Nel caso delle pavimentazioni - tenuto conto della loro vulnerabilità nei confronti delle fessurazioni e delle loro conseguenze molto negative sul funzionamento del manufatto in esercizio - occorrerebbe agire in due tempi per realizzare una stagionatura ideale:

a) applicare, immediatamente dopo la finitura della superficie, una barriera contro l’evaporazione dell’acqua mediante fogli di plastica impermeabili o agenti stagionanti;

b) bagnare con acqua nebulizzata la superficie del calcestruzzo subito dopo la presa o applicare teli di sacco da mantenere permanentemente bagnati per almeno una settimana.

Volendo rinunciare alla stagionatura ideale, ed accontentandosi di una accettabile stagionatura, le pavimentazioni dovrebbero essere trattate con agenti stagionanti subito dopo la finitura superficiale o l’applicazione dello spolvero indurente. Tuttavia, nonostante i danni provocati nelle pavimentazioni soprattutto dal ritiro plastico, la stagionatura viene spesso disattesa anche per le pavimentazioni. Perchè ?


Fig. 2 - Fessure da ritiro igrometrico per carente stagionatura nella fase plastica della pavimentazione.


IGNORANZA E PROFITTO: QUESTE LE CAUSE DI UNA SCADENTE STAGIONATURA

Un aspetto di carattere generale che però accomuna la quasi totalità delle modalità di stagionatura riguarda, da una parte, la relativa semplicità delle operazioni e, dall’altra, la pressochè completa disattenzione nel porre in atto una stagionatura che sia programmata e non il frutto di eventi accidentali e discontinui. Perchè la stagionatura dei manufatti in calcestruzzo - salvo le solite meritorie eccezioni - viene così disattesa?

Per due ragioni fondamentali :

i) per ignoranza da parte dei prescrittori dei capitolati che non si rendono conto del danno arrecato alle strutture prive di stagionatura;

ii) per il maggior profitto da parte delle imprese: se la stagionatura ha un costo, perchè le imprese dovrebbero adottarla senza un adeguato riconoscimento di questo extra-costo? Questa motivazione non può valere, però, per le imprese di pavimentazione che vendono il manufatto “chiavi in mano” e quindi al di là delle prescrizioni di capitolato - spesso carenti, talvolta assenti - debbono consegnare un pavimento privo di fessure e tagliato con giunti adeguati per distanza e profondità di taglio.

Per quanto attiene alla ignoranza dei prescrittori (architetti, ingegneri, geometri) si potrebbe scrivere un trattato sulle responsabilità delle facoltà universitarie di Ingegneria civile-edile e di Architettura, ma anche degli istituti tecnici per geometri, sulla irrilevanza degli insegnamenti impartiti sui materiali da costruzione in genere e sul calcestruzzo in particolare. Anche qui le responsabilità sono molteplici: dei presidi che accettano persone assolutamente impreparate ad impartire queste lezioni ad un livello dignitosamente accettabili, ma anche - e forse ancor più - dei professori (ordinari, straordinari, associati, ricercatori) del raggruppamento “Scienza e Tecnologia dei Materiali” che finiscono con l’insegnare solo ciò che sanno (spesso solo “chimica applicata”, ma non il calcestruzzo). Non è poi tanto difficile leggere programmi di insegnamento dei materiali da costruzione per ingegneri civili-edili ed architetti che si intrattengano sulla cinetica chimica, sulla termodinamica, sulla sintesi dei polimeri, perfino sulla radiochimica e sulla spettroscopia a raggi infrarossi, ma non accennano neppure alle norme europee sulle prestazioni che si richiedono per una struttura durabile in c.a., figuriamoci poi sulla importanza della stagionatura della quale alcuni ignorano persino il significato.

Stante questa situazione di ignoranza e responsabilità, spalmate a quattro mani su tutti gli attori dell’insegnamento italiano, a chi viene in mente di prescrivere in capitolato poche regole ma certe sulla stagionatura delle opere in c.a. e sulle penalità per chi queste regole disattende? Viene quasi voglia di assolvere i poveri impresari che mai si ricordano di stagionare il calcestruzzo. D ‘altra parte a chi viene in mente di andare a controllare i danni della mancata stagionatura che spesso si evidenziano dopo aver smantellato casseri ed impalcature? E allora perchè preoccuparsi per qualche “ crepa” che da basso - cioè dal piano terra - neppure si vede? Anche quando i danni si manifestano subito, e sono a portata di occhio come avviene nelle pavimentazioni (Fig. 2), difficilmente viene imputata alla carente stagionatura quella ragnatela di fessure che deturpano la superficie e che sono fonte di permanente contestazione tra progettista ed impresa, tra impresa e fornitura di calcestruzzo, come se quest’ultimo non dovesse mai fessurarsi per definizione.

C’è da dire che questa triste situazione non è -una volta tanto - tipicamente italiana, perchè anche in Paesi come USA e Canada dove esiste una cultura del calcestruzzo, la stagionatura ancorchè prescritta viene disattesa. L’esperienza canadese, recentemente segnalata anche in Italia in un articolo di P.C. Aitcin e che sembra stia dando buoni frutti, si basa sulla evidenziazione di questa operazione nel capitolato di appalto dove viene riconosciuto un prezzo ad hoc proprio sulla stagionatura. In altre parole, se la “voce” stagionatura è evidenziata nel capitolato, riconoscendone un giusto profitto all’impresa, diventa più motivante l’esecuzione di un’accurata stagionatura delle superfici esposte all’aria subito dopo la loro sformatura, e più cogente il controllo della mancata fessurazione a fronte di una determinata spesa esplicitamente prevista in capitolato.

Di recente, un’altra tecnologia si sta facendo strada anche per tener conto della crescente difficoltà nel reperire manodopera qualificata cui affidare il compito della stagionatura del calcestruzzo appena sformato sui cantieri: si tratta di calcestruzzi auto-stagionanti grazie ad additivi riduttori di acqua di impasto ma anche di di ritiro (SRA, Shrinkage Reducing Admixture) o addirittura di eliminare completamente il ritiro del calcestruzzo (SFC, Shrinkage-Free Concrete) grazie al combinato impiego di SRA con agenti espansivi.

Con la prima tecnologia, a parità di tutte gli altri fattori, si può ridurre il ritiro igrometrico fino al 50% rispetto al tradizionale calcestruzzo senza SRA, ma non si può garantire che questa riduzione sia sufficiente ad eliminare il rischio di fessurazione. Con la tecnologia dell’SFC, invece, non solo si può eliminare il rischio di fessurazione da ritiro igrometrico ma si può anche modificare la tecnica delle costruzioni: si può, per esempio, aumentare l’area dei riquadri delle pavimentazioni fino a circa 1000 metri quadrati facendo coincidere il giunto di contrazione con quello da costruzione che corrisponde alla quantità di calcestruzzo (circa 100-200 metri cubi) che sui può gettare e rifinire nell’arco di una giornata lavorativa; si può anche aumentare la distanza tra i giunti di contrazione in una muratura o in una galleria con considerevoli risparmi di tempo e di costo nella esecuzione.