IL MOSAICO

Emanuela Croce , Glenda Fazio

Enco Srl - Ponzano Veneto (TV)
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INTRODUZIONE

La storia del mosaico è riassumibile ed interpretabile come una serie di rinascite e di tramonti dovuti ad esigenze artistiche, religiose politiche, tecniche, economiche. Attualmente, oramai liberato dalla visione che lo voleva “antica arte” legata ai fasti decaduti del passato, il mosaico si ripropone più vitale che mai quale soluzione decorativa che sviluppa potenzialità funzionali in continua evoluzione.
La tradizione musiva è particolarmente viva in Italia, soprattutto là dove è presente un importante patrimonio storico: a Ravenna e Venezia con i mosaici bizantini, a Firenze con il commesso fiorentino, a Roma con la scuola cosmatesca. Qui l’esperienza acquisita nel restauro è vantaggiosamente utilizzata in realizzazioni contemporanee in tutto il mondo. In diverse regioni italiane esiste comunque una produzione di mosaico, che spazia dal settore prettamente industriale a quello artigianale.

PRINCIPALI TAPPE STORICHE
  • Mesopotamia IV millennio a.C. – I mosaici sono costituiti da tessere in terracotta a forma di cono della lunghezza di 15-20 cm che vengono infissi nell’argilla cruda delle murature degli edifici: tali coni ceramici fungono sia da decorazione che da rinforzo alla muratura. Prima di essere inseriti nella muratura, i coni vengono rivestiti di bitume naturale. Nello stesso periodo viene utilizzato un tipo di decorazione parietale che vede l’utilizzo di lastre di scisto bituminoso (un tipo di roccia che si riduce facilmente in lastre sottili ed è impregnata di idrocarburi e bitume), rivestite di madreperla scolpita per mezzo di bitume.
  • Nel 2124-2116 a.C. la capitale del regno dei Sumeri, la città di Ur, diviene un centro importante per la diffusione delle arti. E’ di questo periodo la fabbricazione dello stendardo di Ur, attualmente conservato al British Museum, mosaico costituito da madreperla scolpita, frammenti di rocce calcaree colorate e pietre dure semipreziose, il tutto incollato su tavole di legno per mezzo di resine vegetali.
  • In Egitto si hanno esempi di arte musiva sin dal III millennio, anche qui con coni di argilla cotti o seccati al sole, infissi nella muratura; una ulteriore variante dell’arte musiva in Egitto é la tecnica “cloisonné”, per la decorazione dei sarcofagi con l’utilizzo di pietre preziose e semi preziose, smalti e vetri colorati. In Egitto si è avuta una costante evoluzione dell’arte musiva fino a raggiungere l’acme nel periodo che va dal I sec. a.C. al I sec d. C. con la produzione del mosaico alessandrino o ellenistico che può essere considerato la massima espressione di arte musiva pavimentale dell’antichità.
  • I Fenici hanno lasciato testimonianze musive nel Bacino del Mediterraneo sin dal II millennio a.C.. La massima espressione del mosaico fenicio-punico è l’opus signinum (foto 1), tecnica musiva pavimentale dalla decorazione molto semplice ed essenziale con l’utilizzo di pochissime tessere prevalentemente monocromatiche disposte quasi sempre per delineare una figurazione geometrica, ma che esige la perfetta conoscenza delle malte di allettamento di tipo idraulico: questo tipo di mosaico, pur nella sua essenzialità figurativa, e’ la testimonianza di un elevato livello tecnologico di questo popolo mediterraneo.
  • • Nella Frigia sono stati rinvenuti mosaici pavimentali (VIII sec. a.C.) costruiti con un repertorio decorativo molto simile a quello dei tappeti annodati, arte quest’ultima nella quale i Frigi sono stati maestri. I Greci ed i Romani hanno continuato ad utilizzare, arricchendolo straordinariamente, tale repertorio decorativo.
  • Sin dal V sec. a.C. in Macedonia, in Grecia e nelle isole greche si costruvano pavimenti musivi con ciottoli di fiume scelti in base a dimensioni e colore (opus lapilli).
  • Anche la civiltà Maya ha utilizzato il mosaico, soprattutto per la decorazione di piccoli oggetti, sviluppando tecniche simili alla civiltà mesopotamica di Ur: pietre dure, corallo, conchiglie incollate a supporti di legno per mezzo di resine vegetali.
  • A Roma il mosaico pavimentale si afferma, proveniente dalla scuola di Alessandria d’Egitto (mosaico alessandrino o ellenistico), in tarda Età Repubblicana sotto Silla, con il nome di lithostrota. Tra gli esempi più rappresentativi di questo tipo di lithostrota vi è il cosiddetto “mosaico del Nilo”, attualmente conservato presso il Museo Archeologico di Palestrina in provincia di Roma. Utilizzata presso greci ed egiziani sin dal secondo secolo a.C., tale arte fu ulteriormente migliorata fino alla perfezione durante l’Impero Romano.
  • Dopo Augusto, a Roma si diffuse l’utilizzo di tessere vitree colorate dette obsidiana vitra. Nella villa di Adriano a Tivoli si ha una vastissima varietà di opere musive di diverso impegno tecnologico e materico utilizzate in base alla funzione e all’importanza degli edifici e delle sale della villa (opus signinum, opus sectile (foto 2), opus vermiculatum, opus tessellatum).
  • Dopo una parziale decadenza dell’arte musiva a Roma nella tarda età imperiale, questo tipo di decorazione riprende piede prepotentemente nel III e IV sec. d.C.; cominciò ad affermarsi e diffondersi il mosaico parietale, prima di allora utilizzato solo per la decorazione di piccole superfici, che nelle basiliche paleocristiane divenne l’elemento decorativo principale delle superfici interne escludendo però i pavimenti. Il mosaico infatti, sia per la riluttanza dei cristiani a calpestare le immagini sacre, sia per le specificità dei contenuti del messaggio evangelico si sposta, dai pavimenti, ai muri ed alle volte. Tale passaggio prettamente decorativo si è verificato senza prendere in prestito i canoni della pittura classica, alla quale spesso il mosaico è stato ed è paragonato, bensì sviluppando un impianto figurativo, decorativo e scenografico del tutto indipendente, tanto che questo tipo di mosaico prende il nome di opus musivum (foto 3).
  • Un ulteriore impulso all’arte musiva viene dato dall’arte islamica, a partire dal VI-VII sec., che fonde esperienze ellenistiche, romane, bizantine, siriano-palestinesi con un impianto decorativo ispirato dalla nuova religione.
  • Con le crociate, in particolare la IV crociata (1201-1204), si potenziò a Venezia l’arte di produrre vetro ed a partire dalla seconda metà del XIII sec Venezia si attesta come capitale occidentale del vetro e del vetro per mosaico.
  • A partire dalla seconda metà del XVII sec. la capitale del vetro si sposta in Francia contestualmente ad un lento, ma inesorabile, decadimento quantitativo e qualitativo di tale produzione a Venezia. Il periodo più critico si ha con la fine della Repubblica di Venezia e la forte tassazione delle materie prime da parte degli Austriaci.
  • Attualmente il mosaico gode di un momento di particolare favore entrando prepotentemente in molti ambiti: dall’architettura alla decorazione alla forma di espressione artistica fino addirittura ad elementi di arredamento. I principali centri di produzione e studio del mosaico artistico sono a Ravenna e a Spilimbergo.



Foto 1 - Opus signinum.


Foto 2 - Opus sectile.


Foto 3 - Opus musivum.

 

TECNOLOGIA E TECNICA

Quella del mosaico è un’arte tradizionale che viene trasmessa di generazione in generazione, tanto che i vari declini dell’arte musiva, oltre che a fattori storico-economici, spesso sono legati anche alle frequenti epidemie dell’antichità che hanno sterminato intere generazioni di artigiani tanto da non permettere l’istruzione delle generazioni future. In ogni caso le tecniche e la tecnologia non hanno subito trasformazioni sostanziali se non, specie negli ultimi due secoli, per la disponibilità di nuovi tipi di leganti (cemento, adesivi complessi, materie plastiche) e di materiali lapidei provenienti da tutto il mondo grazie alla circolazione planetaria delle materie prime. Alcune indicazioni per l’antica tecnica di costruzione di un mosaico pavimentale ci vengono fornite da Vitruvio e da Plinio, ma sicuramente la maggior parte delle informazioni sui mosaici del passato ci derivano dalle osservazioni dirette sui manufatti giunti fino a noi. La realizzazione di un mosaico, pavimentale o parietale, prevede numerose fasi esecutive: dalla preparazione del sottofondo all’impasto delle malte, dalla ideazione della composizione all’allettamento delle tessere. Secondo le fonti storiche (Vitruvio), la struttura del mosaico pavimentale antico (Figura 1) doveva essere composta da tre strati preparatori diversi: sul suolo accuratamente spianato, asciugato e consolidato, bisognava innanzitutto stendere lo statumen, insieme di grossi ciottoli o rottame di laterizi non legati tra loro; esso costituiva una sorta di vespaio del pavimento. Un secondo strato, il rudus, era alto non più di 20 cm, costituito da frammentii grossolani di pietre e/o laterizi e/o vasellame legati con poca calce (rapporto legante/inerti di circa 1/3). Si passava poi alla stesura del nucleus, di spessore non superiore ai 10 cm, composto di calce e inerti di sabbia e/o cocciopesto, più fine del materiale ceramico presente nel rudus e con un rapporto legante aggregato da 1/2 a 1/3. La superficie del nucleus veniva spianata accuratamente e su di essa si applicava lo strato di malta di allettamento (sovranucleus), costituita da malta senza inerti o con inerti macinati finissimi, in questo caso con quantità di legante pari o superiore alla metà dell’impasto; talvolta alla malta venivano aggiunti dei pigmenti. Nella malta di allettamento, fresca e distesa su piccole porzioni della superficie del nucleus, si inserivano le tessere in base ad un disegno guida. Il disegno poteva essere inciso nelle sue linee principali sulla superficie del nucleus o dipinto sulla malta di allettamento a fresco (sinopia). Talvolta venivano usate sagome e lamiere di piombo per creare i contorni di motivi geometrici modulari, inoltre potevano essere utilizzati dei chiodi che, infissi nel nucleus, segnavano i punti di incrocio fondamentali del disegno geometrico.
Rispetto ai mosaici pavimentali, i mosaici parietali non hanno un’autorevole codificazione storica; i metodi utilizzati per realizzarli, la scelta dei materiali, il numero e la qualità degli strati, non seguono uno schema fisso. Ciò a causa di una serie di motivi di ordine prima di tutto economico, ma anche tecnico: non era necessaria una grande resistenza ai cedimenti visto che i mosaici parietali non erano calpestabili inoltre, per lo stesso motivo, le tessere potevano avere caratteristiche meccaniche inferiori tanto che, proprio per i mosaici parietali, si diffonde l’uso delle delicatissime tessere vitree a foglia d’oro; potevano essere esposti sia all’interno che all’esterno, contrariamente ai mosaici pavimentali sempre interni; la copertura di elementi verticali (muri) e inclinati (volte) spesso fino all’orizzontalità, imponevano, anche nell’ambito della stessa opera, una differenziazione fisico-meccanica delle malte per consentirne un ancoraggio stabile alla muratura di sottofondo e contemporaneamente una leggerezza proporzionata alla posizione.


Fig. 1 - Sezione tipo di un mosaico pavimentale antico.



In ogni caso la casistica ci dimostra che i mosaici parietali venivano posati, prevalentemente, su almeno due strati di sottofondo: un primo strato, o arriccio, aderente alla muratura ed un secondo strato di allettamento delle tessere. Il primo doveva avere prestazioni meccaniche tali da consentire l’aggancio alla muratura da un lato e alla malta di allettamento dall’altro. Questo effetto poteva essere raggiunto grazie ad una malta pozzolanica o sabbia grossolana e coccio pesto; in tutti i casi era frequente l’aggiunta di fibre vegetali. Era in uso anche l’infissione di chiodi a testa larga che fungevano sia da ancoraggi che da testimoni per il giusto spessore dello strato in opera (figura2); spesso tali ancoraggi metallici, alterandosi nel tempo, hanno determinato situazioni di degrado compromettendo la stabilità chimico fisica dell’intero manufatto.
La superficie esterna scabra dell’arriccio era la base di adesione per il successivo strato di malta di allettamento delle tessere, che generalmente seguiva gli stessi criteri del mosaico pavimentale sia per i materiali che per la messa in opera.
La posa delle tessere rappresenta l’ultima fase del lavoro musivo, ma sicuramente la più importante, se non altro a livello estetico. Le tecniche di posa nel mosaico antico si riducevano sostanzialmente ad una cioè l’infissione delle singole tessere nella malta di allettamento (metodo diretto); talvolta nel mosaico pavimentale di tipo ellenistico o alessandrino si preparavano fuori dal cantiere gli emblemata, cioè le scene figurative da inserire solitamente nelle parti centrali del pavimento. Gli emblemata venivano preparati con metodo diretto in casse forme trasportabili dopodichè venivano messi in opera su un allettamento di malta fresca mentre il resto del pavimento veniva composto con l’infissione delle tessere nella stessa malta fresca, formando una cornice a motivi geometrici che andava a riempire la restante superficie da decorare. In genere gli emblemata avevano, lungo il loro perimetro esterno, degli spazi vuoti che venivano riempiti con le tessere durante la posa sul pavimento per formare una “cerniera” che rendeva l’insieme più stabile dal punto di vista fisico e più armonico dal punto di vista estetico.
Il metodo indiretto della posa delle tessere è molto più recente.


Fig. 2 - Sezione tipo di un mosaico parietale antico.

A partire dalla seconda metà del XIX secolo assistiamo a una progressiva rinascita del mosaico. Prima d’allora infatti, con esclusione del periodo Bizantino, il mosaico era una tecnica subordinata al servizio della pittura: il mosaico era la pittura eterna, metodo attraverso il quale riprodurre grandi capolavori pittorici per preservarli dalle ingiurie del tempo. Questo, se da una parte ha permesso all’arte musiva di sopravvivere, dall’altra ne ha limitato fortemente e per lungo tempo, gli sviluppi tecnici ed estetici. Ad opera di alcuni maestri-mosaicisti, verso la fine dell’800, arriva l’impulso decisivo verso un rinnovamento che fu in prima istanza tecnico e successivamente artistico-culturale. Gian Domenico Facchina crea la tecnica così detta “a rovescio” cioè eseguita su supporti di carta (metodo indiretto). Questo metodo consiste nel preparare un disegno su un supporto di tela o carta, sul quale vengono incollate le tessere; il mosaico così composto viene allettato direttamente sulla malta stesa in situ sulla superficie da decorare, dopodiché viene eliminata la tela o la carta. Tale procedimento è estremamente più veloce rispetto al metodo indiretto, quindi notevolmente più economico. Splendido esempio di realizzazione parietale con metodo indiretto si può ammirare: all’Operà di Parigi, nella della Basilica del Rosario a Lourdes (Foto 4).



Foto 4 - Basilica del Rosario a Lourdes (Francia)

IL MOSAICO MODERNO

Attualmente il mosaico viene prodotto sostanzialmente secondo due filoni principali: mosaico tradizionale artistico e mosaico industriale
Il mosaico artistico utilizza prevalentemente tessere lapidee di forma varia sia per i pavimenti che per le pareti o le decorazioni; in questi ultimi due casi è molto diffuso l’utilizzo di tessere vitree sia da sole che insieme a quelle lapidee, ottenute a spacco manuale con martellina, o al massimo con trancetta manuale o motorizzata. La messa in posto è sia con metodo diretto che con metodo indiretto. Il mosaico industriale si esplica principalmente nella produzione di composizioni geometriche (greche, fasce, rosoni, tappeti ecc.). Le tessere sono ottenute con dischi diamantati o con segatrici multidisco. Dopo il taglio le tessere, specialmente quelle in materiale lapideo, possono essere sottoposte a trattamenti quali per esempio l’anticatura, che consiste nel rendere scabra la superficie mediante abrasione con materiale lapideo a granulometria fine o con trattamenti chimici acidi. A questo punto il mosaico può essere composto manualmente e successivamente incollato su rete di carta o di fibra di vetro mediante macchine semiautomatiche o può essere assemblato in modo completamente automatico, dalla composizione figurativa all’incollaggio.

ROCCE DELLE TESSERE LAPIDEE

Già in passato le rocce utilizzate nella produzione di tessere musive comprendevano una grande varietà di litotipi, spesso provenienti da regioni anche molto distanti dal luogo di utilizzo, inoltre specialmente durante il Medioevo, ma non solo, il materiale lapideo era di reimpiego; non è quindi infrequente che accanto a moltissime rocce carbonatiche di provenienza locale, si trovino litotipi silicatici, quali il Porfido Rosso Antico proveniente dall’Egitto e il Porfido Verde Antico estratto in Grecia, due tra i materiali più costosi dell’antichità.
Attualmente i mosaicisti hanno a disposizione migliaia di rocce provenienti dal mercato internazionale, tra queste comunque prevalgono ancora di gran lunga le rocce carbonatiche, commercialmente indicate come marmi e travertini.
Un’analisi condotta da Fiori et al. (1998), ha visto il campionamento di 14 siti archeologici nel bacino del Mediterraneo, risalenti al periodo compreso tra il II secolo a.C. ed il XII sec. d.C.. E’ stata riscontrata la predominanza di rocce sedimentarie carbonatiche (circa il 60%), seguite dalle rocce metamorfiche (circa il 35%) e dalle magmatiche (circa 5%). Un’indagine simile è stata condotta da Fiora (2003) prendendo in esame le diverse ditte produttrici di tessere per mosaico contemporaneo e riscontrando la presenza, in ordine decrescente di abbondanza, di rocce sedimentarie (calcari, calcari organogeni, travertini, alabastri, calcareniti), rocce metamorfiche (marmi puri e impuri, rocce oficarbonatiche, quarziti, slates), molto più rare rocce magmatiche (pegmatiti a sodalite, sieniti a sodalite, graniti ad amazzonite, rocce granitoidi, microgabbri, dioriti, rioliti, ignimbriti, basalti).
Ancora una volta si conferma il fatto che l’arte musiva è arrivata, nonostante lunghi periodi di declino, a livelli di perfezione tali che, nonostante gli enormi vantaggi tecnici e tecnologici della nostra epoca, attualmente si procede alla creazione di un mosaico con differenze pressoché nulle rispetto al passato. Invece ciò che fortunatamente è cambiato rispetto al passato, è la relativa facilità di approvvigionamento delle materie prime e dei semilavorati, con un conseguente abbattimento dei costi che permettono le realizzazioni musive con sempre maggiore frequenza.


BIBLIOGRAFIA

1) I. Fiorentini Roncuzzi; Il mosaico. Materiali e tecniche dalle origini a oggi. Longo Editore 1984.
2) C. Fiori, M. Vandini; Teoria e tecniche per la conservazione del mosaico. Collana i Talenti. Editore Il prato.
3) C. Fiori, R. Barboni, L. Saragoni; Marmi e altre pietre nel mosaico antico e moderno. Quaderni IRTEC C.N.R. – Istituto Ricerche Tecnologiche per la Ceramica, Faenza Ravenna.
4) L. Fiora; I lapidei nel mosaico contemporaneo. Marmor n. 79 Gennaio/Marzo 2003; Giorgio Zusi Editore Sas.
5) L. Derosa; Storia dell’arte Medievale - Pavimenti musivi figurati di chiese romaniche pugliesi. www.storiamedievale.net
6) M.Farneti; Glossario tecnico-storico del mosaico - Technical-historical glossary of mosaic art. Longo Editore, Ravenna 1993.