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DUE
PAROLE PER COMINICIARE
Il problema
della messa in sicurezza antisismica delle case vetuste ma ancora abitate
è tuttaltro che semplice da risolvere.
Da un lato infatti occorre contenere la spesa (che non sia troppo alta
in rapporto al valore della casa) ed occorre tener conto del tempo richiesto
dai lavori, ma dallaltro lato occorre scegliere ed impiegare la
tecnica meno invasiva possibile per non far più danni che portar
aiuto alla struttura della casa; chi si ricorda di cosa è successo
in Friuli nel settembre del 1976 sa cosa sintende dire.
Inoltre è necessario fare i conti con la scarsa competenza tecnica
della manovalanza edile, soprattutto in una terra nella quale tutti hanno
il mal della pietra, credono desser capomastri e vogliono
risparmiare. A dire il vero moltissimi friulani come muratori sono piuttosto
abili; ma come muratori dun tempo. E purtroppo le tecniche di un
tempo non bastano per affrontare un problema così delicato. Se
fossero bastate non sarebbero crollate così tante case per la scalciata
dell Orcolat, il bizzoso drago che nei miti friulani dorme sotto
terra. Come non bastasse i materiali, negli ultimi trentanni, pur
senza cambiar nome, sono notevolmente mutati e sbagliarne applicazione
è fin troppo facile. Solo per limitarsi ai cementi, al tempo del
terremoto in Friuli si usava solo il Potland 325 mentre oggi non lo adopera
più nessuno. Al suo posto si usano cementi di miscela. Ma di cementi
di miscela ve nè una lunga serie di generi diversi, ciascuno
con caratteristiche specifiche che, spesso, gli stessi tecnici di cantiere
non arrivano a valutare correttamente.
E da ultimo (ma certamente non per ultimo, anzi il primo), il problema
di mettere in sicurezza antisismica le case è anche un problema
di filosofia dellintervento. In altri termini: occorre
tentare di portare le case a sopportare senza danni significativi il terremoto
quale che sia la sua violenza o basta fare in modo che la casa dissipi
lenergia ricevuta dal terremoto deformandosi senza per altro crollare?
Va comunque tenuto presente che, con le vecchie case, ben raramente è
possibile seguire la prima filosofia e, comunque, occorrerebbe
effettuare interventi molto invasivi e dispendiosi. Al contrario è
sempre possibile seguire la seconda filosofia senza svenarsi;
ma occorre tenere ben presente che si tratta di una filosofia salvavita,
non salva portafoglio; vale a dire che dopo un terremoto distruttivo la
casa sarà ancora in piedi ma andrà comunque ricostruita.
Orbene le RPM (acronimo di Reactive Powders Mortars cioè
Malte a Polveri Reattive) possono fornire una via nuova per risolvere,
secondo la seconda filosofia, il problema della messa in sicurezza antisismica
delle vecchie case ancora abitate.
COSA
SONO LE RPM
Prima di
vedere perché le RPM possono essere adoperate (e come occorre porle
in opera) per mettere in sicurezza le case, occorre spiegate cosa sono.
Una composizione tipica di una RPM è data in tabella 1 affiancata
alla composizione di una malta tradizionale. Anche una veloce occhiata
alla tabella è sufficiente per rendersi conto che questa RPM è
una malta molto particolare. Infatti, in una malta tradizionale (che,
in breve, chiameremo malta) i rapporti sabbia/cemento (s/c) e acqua/cemento
(a/c) sono molto differenti da quelli della RPM. Ma, soprattutto, per
fare una malta si usano solo acqua, sabbia e cemento mentre per fare una
RPM occorrono anche fumo di silice (o altro materiale submicronico a reattività
pozzolanica), fibre dacciaio (o di altro materiale fibriforme duttile
e di buon modulo elastico) e superfluidificante.
Ovviamente così importanti differenze caratteristiche finali del
tutto diverse che esamineremo a breve seppur in sintesi. Per saperne di
più si consulti la letteratura (1-7).
Le
prime differenze si hanno nel modo di comportarsi degli impasti freschi,
ossia nella reologia. Quella di una malta non cambia molto (restando essenzialmente
tixotropica) pur raddoppiando o dimezzando il rapporto a/c mentre le resistenze
meccaniche ne sono fortemente influenzate. Al contrario la reologia di
una RPM la si può far cambiare (da autolivellante a tixotropica)
solo cambiando ladditivo fludificante senza perdere significativamente
di resistenze meccaniche.
Ma le differenze restano importanti anche quando le malte sono indurite.
Infatti, in una malta ordinaria le resistenze meccaniche a flessione e
a compressione raramente superano i 5 e i 35 MPa rispetivamente, mentre
in una RPM spesso vanno oltre i 50 e i 180MPa. Ma, soprattutto, mentre
una malta ordinaria ha un comportamento fragile e si schianta senza preavviso,
una RPM ha un comportamento pseudo-duttile e non collassa ma si deforma
progressivamente (Fig.1 e Fig.2A). Ed ancora più vistose sono le
differenze tra malte e RPM per quel che attiene al comportamento a fatica
(Fig.2B).

Fig. 1 - Rottura a flessione e a compressione
di una malta ordinaria (a sinistra)
e di una RPM (a destra).

Fig.
2 - Caratteristici comportamenti meccanici a flessione (A) e
a fatica (B) di una malta ordinaria e di una RPM.
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Osservando
le diversità delle aree sottese dalle curve sforzo/deflessione
(della Fig.2A), che sono proporzionali alle energie dissipate in lavoro
di deformazione prima della rottura (se avviene!), si comprende ancor
meglio la profonda differenza di comportamento meccanico tra malta e RPM
già solo limitandosi a sollecitazioni statiche. Differenze che
diventano abissali in caso di sollecitazioni dinamiche cicliche (fatica
meccanica), come dimostrano i grafici della Fig.2B, dove normalmente le
malte ordinarie non superano nemmeno il primo ciclo mentre le RPM danno
per decine e decine di cicli, non trascurabili recuperi di deformazione
(vedasi la zona puntinata).
I valori molto alti delle resistenze a flessione e compressione della
RPM dipendono soprattutto dal basso rapporto acqua/cemento e dalla presenza
del fumo di silice; la presenza delle fibre comporta infatti solo degli
incrementi del 25-30%. Ma occorre dire che non si arriverebbe mai ad impastare
con rapporti a/c e a/(c+fs) così bassi senza laiuto del superfluidificante.
Peraltro, laggiunta di fibre dacciaio è indispensabile
per assicurare il ramificarsi della frattura e dunque la dissipazione
di energia in lavoro di deformazione e di sfilamento delle fibre, cioè
per avere il comportamento pseudo-duttile e la resistenza a fatica. Naturalmente,
cambiando tipo di cemento, di fumo di silice, di superfluidificante e,
persino, di sabbia, si hanno dei cambiamenti importanti di comportamento
reologico e meccanico degli RPM ma le drastiche differenze con le malte
ordinarie restano.
Per contro, il tipo di fibre può avere un influenza notevole.
Infatti, se al posto delle fibre di acciaio o di altri materiali ampiamente
deformabili, si impiegano fibre di carbonio o di vetro alcali-resistente
o di altri materiali fragili oppure che non si legano con la pasta cementizia
(fibre poliuretaniche), la reologia delle RPM non muta ma il comportamento
meccanico risulterà sostanzialmente quello delle malte ordinarie
con conseguente frattura fragile. Anche la forma (Fig.3) e, soprattutto,
il rapporto di aspetto (ossia il rapporto lunghezza/diametro)
hanno un influenza non trascurabile. Forme che contrastano lo sfilamento
(rapporti di aspetto di 4,5 e 8 della Fig.3) ovviamente aiutano a tenacizzare.
Per quel che concerne il rapporto di aspetto in teoria dovrebbe essere
molto grande; peccato però che, più è alto e più
occorre aggiungere acqua per fare limpasto e che, allaumentare
del tenore dacqua, calino le resistenze meccaniche. Sicchè
in pratica non conviene usare fibre con rapporto di aspetto inferiore
a 50 ma neppure superiore a 100; sebbene che, con una tecnica molto particolare
(8), sia possibile impiegare fibre con rapporto di aspetto attorno a 3000
mantenendo il rapporto acqua/cemento inferiore a 0,30.

Fig. 3 - Differenti fibre adoperate per fare RPM : 1- acciaio
trafilato,
2- ghisa amorfa, 3- Nylon, 4- acciaio per bandelle, 5- poliestere,
6 e 7- Twaron, 8- rame incrudito.
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Si può
quindi dire che, per avere delle RPM con resistenze meccaniche molto elevate,
occorre adoperare: Portland ferrico (cioè senza C3A)
del tipo CEM I 42,5 R, fumo di silice bianco (ossia privo di residui carboniosi
o altri inquinanti), sabbia fine (granulometria inferiore a 0,6 mm), superfluidificante
acrilico e fibre dacciaio trafilato con rapporto di forma attorno
a 75.
In definitiva le RPM sono il risultato dello sviluppo tecnologico delle
malte. Sviluppo tuttaltro che completato e che si deve anche alle sperimentazioni
condotte dallautore con la collaborazione di valenti e ferventi
laureandi in Ingegneria dellUniversità di Udine (8-17).
Di tali sperimentazioni si ricorderanno, in sintesi, solo quelle che giustificano
la proposta dimpiego delle RPM nella messa in sicurezza antisismica
delle vecchie case ancora abitate. Si parlerà quindi dello studio
del comportamento dinamico delle RPM e del test sul recupero strutturale
di murature al limite del collasso statico rivestite con intonaci in RPM.
COMPORTAMENTO
DINAMICO DELLE RPM
Lo
studio del comportamento dinamico dell RPM è stato coordinato dal
collega Paolo Pascolo del Dipartimento dIngegneria Civile dellUniversità
di Udine basandosi su tre RPM differenti solo per tenore di fibra. La
prima RPM (di seguito indicata RPM1) aveva la composizione riportata in
Tabella 1. La seconda (RPM2) aveva composizione analoga ma con tenore
di fibre dimezzato. La terza (RPM3) aveva ancora composizione analoga
ma era priva di fibre.
I valori medi delle resistenze meccaniche a flessione, secondo norma EN
196 parte I, erano rispettivamente di 56, 48 e 17 MPa. Però,
per poter studiare il comportamento dinamico occorre lavorare in condizioni
diverse da quelle di norma e con provini maggiorati (parallelepipedi 7x7x40
cm, con intaglio trasversale o senza a sezione triangolare di base 1 cm
e altezza 1 cm) ed occorre tener conto solo delle resistenze medie dinnesco
della cricca a flessione determinate in condizioni dinamiche. Queste ultime
sono risultate essere pari a 21, 18 e 7 MPa per i provini con intaglio
e di 22, 20 e 9 MPa per i provini senza intaglio. I cicli disteresi
sono dunque stati determinati con velocità di deformazione diverse
applicando carichi limite del 20% inferiori ai carchi medi dinnesco
della cricca.
Come ci si aspettava buona parte dei provini di RPM3 non ha superato neppure
il primo ciclo mentre i provini di RPM2 e RPM1 davano origine a curve
similari a quella della Fig.2 (a destra) lasciando prevedere un comportamento
a fatica molto interessante. Pertanto, prima di procedere alla realizzazione
delle prove di fatica in condizioni diverse, si è stabilito di
arrestare tali prove nel momento in cui la freccia residua di flessione
fosse cresciuta di 1 mm (ossia dello 0,28% della luce del provino) di
modo che il danno ultimo sul provino risultasse ancora limitato (Fig.4).
Nella Tabella 2 sono sintetizzati i risultati salienti delle prove eseguite
sui provini con intaglio.

Fig. 4 - Danni tipici da prove di resistenza a fatica: quelli
di sinistra molto più frequenti di quelli di destra.
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Fig. 5 - Esempio di sensibilità allintaglio della
deformazione
per fatica. N = n° di cicli.
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La Tabella mostra chiaramente che la resistenza alla fatica dipende, ma
in modo non lineare, dal tenore di fibre ed è molto grande se la
portata di oscillazione del carico (S) non è eccessiva ma resta
comunque elevata anche se la portata di oscillazione è massimale.
Molto interessante è pure risultata la verifica dellinfluenza
esercitata sulla resistenza a fatica dalla presenza di profili in grado
di concentrare gli sforzi (intagli). Si è verificato che la resistenza
a fatica si riduce in presenza dintaglio solo se questo viene ottenuto
per asportazione meccanica dopo la stagionatura del provino (Fig.5). Al
contrario, se il profilo d intaglio era ottenuto nel
provino modificando acconciamente la cassaforma di gettata, la resistenza
a fatica aumenta. Ciò dipende dal fatto che nelle vicinanze delle
pareti dello stampo le fibre, durante il getto, finiscono per disporsi
più o meno parallele alla superficie. Un rilievo emergente dal
fondo dello stampo comporta perciò un orientamento casuale delle
fibre e con esso una ramificazione più marcata nella propagazione
della cricca (foto a sinistra della Fig.4).
RECUPERO
STRUTTURALE DI MURATURA AL LIMITE DEL COLLASSO STATICO RIVESTITA CON INTONACO
IN RPM
Questo
test è stato realizzato presso lofficina dell ISMEA
di Udine con laiuto delle maestranze di tale Istituto e con la collaborazione
del collega Aldo De Marco dellUniversità di Trieste. Lo scopo
del test era quello di verificare se le RPM potevano costituire una buona
alternativa alle fasciature in resina epossidica e fibra di carbonio già
ampiamente usate nel recupero strutturale di murature al limite del collasso
statico.
Due piattebande senza intonaco sono state realizzate in mattoni pieni
e malta bastarda secondo le regole dellarte muraria (Fig.6ab). Sei
mesi dopo sono state danneggiate e portate al limite di collasso statico
(Fig.6c-d) caricandole sulla mezzeria con apposito martinetto. In seguito
si è provveduto a ripararle, sempre secondo le antiche regole dellarte
muraria (Fig.6e-g). Per il consolidamento finale si sono seguite due strade
diverse. Una piattabanda è stata rinforzata con fasce di resina
epossidica e fibre di carbonio (Fig.6h). Laltra è stata invece
parzialmente rivestita con intonaco in RPM (Fig.6i) di 2 cm di spessore
e di composizione un po differente da quella di Tabella 1 (cemento
CEM II 32,5: 1170 Kg/m3, niente fumo di silice e a/c = 0,27) per risparmiare
ed agevolare il lavoro alle maestranze. A fine stagionatura (3 giorni
per le fasce in resina e fibre di carbonio e 28 giorni per le RPM), le
piattebande sono state nuovamente caricate col martinetto (Fig.6l).
La piattabanda consolidata con RPM, nel momento in cui si è bloccato
il martinetto [perché una delle fratture stava per aggirare la
zona consolidata (Fig.6m a sinistra)] reggeva ancora un carico 10 volte
più alto di quello che ne aveva, precedentemente, causato la crisi
statica e presentava una freccia di 4,2 cm (Fig.6m a destra). Tale freccia
si riduceva a soli 1,6 cm una volta rimosso il carico.

Fig. 6 - Confronto tra RPM e resina rinforzata nel recupero strutturale
di murature danneggiate.
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La piattabanda
rinforzata con fasce di resina epossidica e fibre di carbonio aveva raggiunto
una freccia di 3 centimetri e stava sopportando un carico quasi 7 volte
superiore a quello che ne aveva causato la precedenti crisi statica, quando
le fasce si sono staccate senza preavviso rischiando di far crollare tutto
(Fig.6n-p). La freccia, una volta scaricato il martinetto si assestò
a 2,6 cm.
Per quanto lesperienza sia opinabile, per mancanza di verifica su
ragionevole base statistica, pare comunque accettabile concludere che
gli intonaci in RPM possono costituire unalternativa vantaggiosa
alle fasce in resina epossidica e fibre di carbonio, non tanto perché
in grado di dare maggiore rinforzo, quanto piuttosto perché garantiscono
alla muratura un recupero elastico ben più consistente.
PERCHE'
ADOPERARE LE RPM
Perché adoperare le RPM per mettere in sicurezza antisismica le
vecchie case?
Forse la risposta è nascosta in unantica leggenda aviglianese
che narrava come lArcangelo Michele insegnasse a dei poveri pastori
a difendersi da un diavolo dispettoso (che faceva crollare le loro misere
casupole) cuocendo terra rossa e pietra bianca, sminuzzando tutto ed impastando
con acqua e peli di capra ed usando tale impasto per legare i conci e
rivestire i muri così ottenuti. La leggenda diceva anche che il
diavolo inferocito avesse scosso forsennatamente tutta la montagna senza
peraltro riuscire a far crollare alcuna casa.

Fig. 7 - Schema di comportamento di un muro grezzo (a sinistra)
e con intonaco (a destra) alle oscillazioni perpendicolari alla
facciata.

Fig. 8 - Schema di comportamento di un muro alle oscillazioni
perpendicolari alla facciata.
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Fin qui la
leggenda. Ma la realtà dice che quella del monte Pirchiriano, zona
di periodica e vivace attività sismica, è lunica contrada
piemontese ove anticamente anche le case della povera gente erano accuratamente
intonacate sia internamente che esternamente. Non solo. E anche
lunica zona ove le malte, sia di allettamento che da intonaco, erano
armate con fibre animali. E merita anche ricordare che, a stare alle cronache
redatte dai frati della Sagra di San Michele (la ciclopica abbazia che
domina il monte), lultimo terremoto in età pre-napoleonica,
vale a dire lultimo con effetto devastante, pur radendo al suolo
labbazia non provocò che limitati danni alle casupole del
circostante contado.
Ma, leggende e cronache di frati a parte, quel che non si può confutare
è un fatto che emerge chiaramente dalle note accompagnanti i quasi
85.000 Verbali di Accertamento Danni redatti dopo il terremoto del 6 maggio
1976. Da tali note emerge infatti che, salvo pochissime eccezioni, nessuna
casa correttamente intonacata dentro e fuori (e priva di grossolani errori
di progetto o di costruzione) ha avuto seri danni.
Ma perché mai dei buoni intonaci, soprattutto se armati con fibre
tenaci, dovrebbero rendere le murature meno vulnerabili al terremoto?
Si potrebbe rispondere che gli intonaci trasformano il muro da semplice
agglomerato a composito pluristratificato e che i compositi pluristatificati
non solo sopportano molto meglio degli agglomerati gli sforzi di flessione,
taglio e torsione, ma, soprattutto, hanno una resistenza a fatica assai
più elevata ed è notorio che un terremoto sottopone le strutture
ancorate al terreno a corti ed irregolari ma più o meno violenti
cicli di fatica.
Rimane forse da chiarire perché un pluristratificato sopporti molto
meglio di un agglomerato le sollecitazioni di flessione, taglio e torsione
e la fatica ad esse connessa. Per cercare di capirlo si possono osservare
le Fig.7, 8 e 9 e ragionarci sopra.
Se loscillazione (imposta dal terremoto) è perpendicolare
alla facciata del muro (Fig.7) questo assoggettato a carichi alternati
di flessione e per conseguenza le sue zone esterne sono sottoposte a sollecitazioni
alternate di trazione e compressione. E tutti i difetti di superficie
possono favorire la formazione di fessure che si allargheranno ciclo dopo
ciclo. E dunque evidente che, se il muro è grezzo, i maggiori
difetti superficiali saranno concentrati soprattutto nella malta di allettamento
ed in particolare (specie nei muri vetusti) nella zona di contatto tra
malta e mattone (o pietra). Dunque sarà proprio in quelle zone
che si apriranno le fessure. Apertura di cricca comunque facilitata dalle
differenze di rigidità tra malta, zona di contatto e mattone che
inducono una concentrazione di sforzo nella zona meno rigida. Se il muro
è rivestito (su ambo le superfici) da un intonaco ben legato e
ben lisciato, il numero di difetti superficiali sarà drasticamente
ridotto ed occorrerà dissipare in lavoro di deformazione molta
più energia prima di riuscire a generare un numero di fessure sufficientemente
profonde da mettere in crisi la muratura. Infatti saranno ben poche le
cricche, apertesi nellintonaco, che riusciranno a penetrare nel
muro in quanto mattoni o pietre ne devierà la maggior parte parallelamente
alla superficie col rischio, magari, di determinare un parziale distacco
dellintonaco (Fig.10). Se lintonaco è armato con fibre
saranno proprio queste ultime a promuovere le deviazione multipla (un
vero e proprio sfioccamento) delle cricche già allinterno
dellintonaco stesso. E più le fibre avranno un orientamento
casuale minore sarà il pericolo di distacco (o anche di semplice
parziale sfarinamento) dellintonaco e di penetrazione delle fessure
nel muro.

Fig. 9 - Schema di comportamento di un muro grezzo (a sinistra)
e con intonaco (a destra) alle oscillazioni perpendicolari alla
facciata.
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Se loscillazione
è invece parallela alla facciata del muro (Fig.8 e 9), leffetto
dominante sarà quello di taglio alternato e nel muro si apriranno
due crepe a croce di SantAndrea. Anche in questo caso un buon intonaco
(Fig.9) aiuterà il muro a star su nonostante che laiuto risulti
meno efficace di quello fornito nel caso di oscillazioni perpendicolari.
Per ora non si hanno dati sperimentali sulla resistenza alle scosse sismiche
dei muri rivestiti con intonaci in RPM fibro-armate. Ma, considerate le
drastiche differenze di comportamento dinamico e di resistenza alla fatica
tra malte ed RPM, e tenuto anche conto del fatto che semplici intonaci
in malta tradizionale incrementano la resistenza al sisma di almeno 0,3-0,4
gradi Richter, si può prevedere, stimando con prudenza, che rivestendo
i muri con RPM (del tipo di Tabella 1) si otterrebbe un incremento di
resistenza al sisma di almeno 2 gradi Richter.
COME IMPIEGARE LE RPM
Qui non si vuol insegnare alle lepri a correre e, dunque, non si dirà
agli architetti, agli ingegneri e alle maestranze tutto quel che devono
fare con le RPM per mettere in sicurezza antisismica una vecchia casa.
Ma, dal momento che, anche al giorno doggi, nei cantieri si vedono
fare cose da non credere, è quantomeno opportuno segnalare ciò
che sicuramente non va fatto.
- Prima
di tutto non si deve credere che le RPM siano la panacea di tutti i
mali. In altri termini, se una casa presenta grossolani errori di progettazione
o di costruzione è del tutto illusorio pensare di difendersi
dagli effetti devastanti di un terremoto solo rivestendo i muri con
intonaci in RPM. Per essere più espliciti: volte (Fig.10) e tetti
(Fig.11) spingenti in fuori, solai, pilastri e tramezzi solo appoggiati
(Fig.12), richiedono preliminari interventi di contrasto. Per i muri
a cassa (Fig.13), tanto pericolosi quanto usuali nelle vecchie costruzioni
friulane, potrebbe bastare un congruo incremento delle trapuntature
(Fig.14) tra gli intonaci in RPM.

Fig. 10 - Intonaco distaccato in una chiesetta crollata durante
il terremoto (del maggio 1976) per effetto negativo della volta
e del soprastante tetto spingenti in fuori.
Fig.
11 - Effetti negativi dei tetti spingenti in fuori.
Fig.
Fig. 12 - Effetti negativi di solai, pilastri (a) e muri tramezzi
(b) solo appoggiati.
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- Poi non
ci si deve sognare di regolarsi con le RPM come si fa con una malta
qualsiasi. In altre parole non si può cambiarne a piacimento
la composizione: per esempio usare il primo cemento che si ha sottomano
o aggiungere acqua a naso o, per risparmiare, non adoperare i dovuti
quantitativi di additivo superfluidificante, di fumo di silice e di
fibre dacciaio. Va infatti tenuto ben in mente che ogni variazione
di composizione si riflette sempre (e, quasi sempre, in modo assai negativo)
sul comportamento statico e dinamico delle RPM indurite.
- Inoltre
non si deve credere che i vecchi muri siano tutti uguali. Per i muri
di pietra occorre fare un esame per assicurarsi che nel costruirli siano
stati usati conci in pietra da gesso; cosa abbastanza improbabile ma,
considerata la geologia della Carnia e del Friuli, non escludibile a
priori. Per i muri in mattoni che presentino la barba bianca occorre
verificare col saggio di Anstett che mattoni e malta di allettamento
non siano inquinati da quantitativi significativi di solfati. E
bene ricordare che i solfati danno, con il cemento, una reazione espansiva
particolarmente potente e disgregante per cui non si deve assolutamente
trascurare di fare questi esami e di tener conto dei loro risultati
prima dintervenire. Nel caso malaugurato in cui i solfati siano
presenti occorrerà o cambiare strategia (fasciare con resina
epossidica e tessuti di carbonio o di poliaramide) o, prima di applicare
lintonaco in RPM, rivestire tutto (buchi di trapuntatura inclusi)
con più mani di resina epossidica lultima delle quali spolverata
a rifiuto con sabbia di frantoio.
- Infine,
e soprattutto, non si deve risparmiare nel lavoro. Ossia occorre rimuovere
completamente i preesistenti intonaci (anche se in perfetto stato di
conservazione) e pulire molto bene le murature (Fig.14b), possibilmente
per sabbiatura. Occorre effettuare i buchi di trapuntatura (Fig.14c)
ad acconcia distanza uno dallaltro (da 1 a 2 metri in ragione
del tipo di muro). Quindi occorre bagnare a rifiuto la muratura prima
si intasare i buchi con RPM e applicare lintonaco (di almeno 2
cm di spessore) ancora in RPM e, da ultimo, occorre sorvegliare la stagionatura
tenendo lintonaco ben bagnato per almeno 3 settimane.

Fig. 13 - Effetti negativi di muri a cassa.
Fig.
14 - Schema d'intervento per mettere in sicurezza un muro.
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