IL BASALTO SICILIANO NELLA LETTERATURA ODEPORICA,
GEOLOGICA E NELLA RICREAZIONE ARTISTICA


Prof. Angela Mazzé
Storia dell’Arte moderna, Università degli Studi di Palermo
mazze@unipa.it
L’osservazione del paesaggio geologico caratterizza, a partire dal diciottesimo secolo, la scrittura “scientifica” dei viaggiatori naturalisti vocati alla ricerca ed all’individuazione di quelle peculiarità descrittive che sovente la letteratura odeporica ha rappresentato e (sovente) intessuto in atmosfere “pittoresche”. Il compito dei Ciceroni, figli della cultura filologica (latina e greca) è quello di investire le sinergie intellettuali nell’ambito della divulgazione storico-analitica e di arricchire la letteratura delle fonti con l‘ausilio di evocazioni epiche, vettori indispensabili per propagandare la cultura del viaggio “scientifico” che, in alcuni casi, trova persino l’avallo di studiosi e di ricercatori.

Le risorse della geologia artistica siciliana costituiscono (anche per l’estetica dell’architettura “naturalistica”) una delle tipologie incomparabili da repertoriare nei taccuini dei viaggiatori stranieri che visitano l’Isola.


Il paesaggio basaltico1 degli Scogli dei Ciclopi2 configura il “seme” di appartenenza al luogo (la costa catanese della Sicilia orientale3) e decodifica, mediante il linguaggio materico e cromatico dell’architettura geologica, l’integrazione tra progettazione (spontanea) e la composizione (naturalistica).
Paul Valery nell’Eupalino cede a Socrate4: la seguente riflessione «Gli oggetti fatti dall’uomo sono dovuti agli atti d’un pensiero. I principi sono separati dalla costruzione e quasi imposti alla materia da un estraneo tiranno che glieli comunica per il tramite di atti. La natura invece non distingue nel suo lavoro i particolari dall’insieme, e germoglia ad un tempo da tutte le parti, incantenandosi a sé senza tentativi, senza ritorni, senza modelli, senza mire particolari, senza riserve. Essa non divide il progetto dall’esecuzione, non va mai diritta senza badare ad ostacoli, ma con essa si compone, li mischia nel suo corso, li scarta e li impiega, come se la strada scelta, il tempo speso a percorrerlo da una cosa che si incammina, e questa e persino le difficoltà opposte della strada, fossero di sostanza uguale».

L’autonomia compositiva e progettuale dei basalti della Sicilia orientale è una delle caratteristiche paesaggistiche che non sfuggono all’occhio del viaggiatore-pittore, Jean Houel, il quale, votato alla scrittura fotografica, consegna alla storiografia delle fonti odeporiche, surreali “cortometraggi”. Egli è il primo naturalista francese (e viaggiatore) il quale ama concentrare la sua attenzione geologica sulla composizione meccanico-spaziale dei basalti “Ciclopici” e del promontorio adiacente al comune di Acicastello di verghiana memoria:«Tavola CIX - Terzo scoglio dei Ciclopi. La forma è un segmento di sfera ben caratterizzato. Esso presenta delle specie delle colonne prismatiche la cui disposizione concentrica sembra indicare che in origine essi si riunivano tutte in un centro (…) Il suo diametro doveva misurare ottanta, e forse anche cento tese. Nella formazione di questo scoglio mi sembra di riconoscere il concorso di due forze che agirono contemporaneamente, pressappoco con la stessa intensità. Una ha indotto la materia ad assumere la forma di colonne prismatiche concentriche, l’altra a sovrapporsi in strati paralleli alla superficie esterna della massa, attraversando così le colonne concentriche. È da notare che queste ultime non sono distinte e staccate come quelle dello scoglio precedente, ma si presentano come masse che ne raggruppano molte confuse insieme. Varietà queste che costituiscono delle mostruosità nell’ordine dei basalti, e tuttavia queste colonne sono suscettibili di presentare sia pure nel loro stato di disfacimento articolazioni determinate da variazioni di durezza nella roccia. (…) Questi basalti hanno anche dei cristalli di zeolite. Tavola CXI - Promontorio di Castel d’Aci e veduta parziale del paese. In fatto di roccia basaltica questo promontorio è quanto di più strano si possa vedere nei dintorni dell’Etna. (…) Il promontorio è costituito esclusivamente di basalto, ma di un basalto molto diverso da tutti quelli da me descritti. Provate ad immaginarvi delle specie di piriti o di cilindri di dei pollici o venti piedi di diametro; gli uni massicci, gli altri cavi come cannoni; questi disposti a strati, quelli simili a rotoli di foglie di tabacco, composti da molti pezzi compressi insieme. Si vedono dei cilindri diritti, altri pigiati in tutte le direzioni; altri infine, somigliano a globi racchiusi nella roccia, e nelle loro spaccature si possono vedere i diversi strati che li compongono»5.


Tra le tipologie dei viaggiatori italiani venuti in Sicilia nel Settecento, quella dei protopositivisti si colloca tra i ricercatori più rigorosi: le loro osservazioni sovente desunte da letture specialistiche, presentano rilevanti peculiarità tecniche. Ci riferiamo in particolare a Lazzaro Spallanzani ed al poligrafo e poeta, conte Carlo Gastone conte della Torre di Rezzonico. La loro scrittura è contrassegnata da evocazioni letterarie che si coniugano felicemente con le descrizioni scientifiche che trasmettono, con immediatezza, i segreti correlati alla fenomenologia dell’architettura litologica.

Lazzaro Spallanzani, regio professore di Storia Naturale presso l’Università di Pavia6 scopre a gradi e con stupore scientifico i faraglioni dei Ciclopi. Li scruta, li studia, li “misura” e li stratifica palmo a palmo per restituire al lettore la polimorfica struttura geologica: «Dormito che ebbi a S. Nicolò dell’Arena la notte precedente del giorno cinque settembre, ne partii prima del sorger dell’alba, avviandomi agli Scogli de’ Ciclopi, celebri per le lave basaltiformi onde sono costrutti. (…) Due ore dopo il mezzodì pervenni agli Scogli de’ Ciclopi. Isole anche si appellano, perché dattorno circondati dal mare, quantunque niente più rimoti di un tiro di pietra dal lido, su cui giace il borgo di Trezza. Esser può che una volta facessero un tutto solo con le falde dell’Etna, e che da’ colpi di mare se ne sieno staccati; senza però essere impossibile che per eruttazioni parziali staccati sieno dall’onde marine. Con barchetta mi feci ad esaminarli, su le prime girandoli attorno, e considerandone la configurazione, poi salendovi sopra per osservare le parti. Salta subito agli occhi che alcuni di cotesti scogli non d’altro constano esteriormente che di colonne prismatiche cadenti a piombo sull’acqua della lunghezza dove d’un piede, dove di due e talvolta di più. Ma è certo che tale altro dei medesimi scogli non mostra la più picciola apparenza prismatica, e che è interrotto soltanto da irregolarissime crepature, per cui ne risultano pezzi altresì irregolari, siccome nelle vulgari lave osserviamo. Gli Scogli de’ Ciclopi presentano un altro fatto, che non ha sfuggito gli occhi perspicaci del Commendatore Dolomieu: ci sono molte e diverse zeoliti bellissime, che incontransi su la loro superficie, ed anche di mezzo alla loro sostanza, ove sieno piccioli vani, e cavernette, e per buone ragioni egli avvisa che queste nobili pietruzze dopo il raffreddamento delle lave abbiano avuta l’origine dall’acque feltrate attraverso di esse, e che tenevano in dissoluzione le molecole idonee al producimento delle zeoliti»7.

Alla stessa maniera si comporta il Rezzonico8, il quale così ripercorre l’itinerario della visita ai Faraglioni: «Il 26 dicembre partii da Catania. (…) Io volli andar per via lunghesso il mare, acciocché potessi osservar bene i celebri Scogli de’ Ciclopi, e la lor sede. (…) Ebbi grand’agio di considerarvi gli enormi pezzi di colonne prismatiche formate dalla lava, come il sono l’Isola tutta de’ Ciclopi, e i tre Faraglioni. Queste lave non hanno epoca nella storia, e la mitologia le dipinse, come gran parte del monte da Polifemo lanciato contro il fuggitivo legno di Ulisse, e ne hanno tutta l’apparenza; poiché sono acuminate in modo che ben poteva colla robusta e crassa mano afferrare lo smisurato Ciclope la cima, e sollevarle di terra. Ma lasciando per ora le fole omeriche [Iliade lib. XII], io non mi saziava di contemplare l’immensa quantità delle luccicanti zeoliti, e lo spato calcareo di che son elleno ripiene le concave cellette de’ Faraglioni e delle prismatiche colonne, onde tutta è suffulta questa spiaggia fino a Jaci. Imperocché non dubitarono alcuni ‘asserire, che le zeoliti altre non sieno che infiltrazioni d’acqua per entro a’ pori delle lave.»

L’erudito viaggiatore - geologo, Auguste de Sayve9, riprendendo la lezione del naturalista lionese Déodat Dolomieu, rielabora un’esaustiva descrizione intessendola efficacemente con una dotta confutazione delle fonti classiche.

Nella comune accezione romantica le rocce basaltiche che disegnano la baia di Ognina, costituiscono «un problema per i naturalisti» afferma J. F. D’Ostervald, autore del Voyage pittoresque en Sicile (1822-26)10. Ma il vero problema è il panico che traspare dal ricordo della visione di quelle «piramidi» laviche.«L’aspetto bizzarro e severo di queste masse flegree - ricorda l’A.11– reca l’impronta di una commozione terribile, di un trauma spaventevole e rapido degli elementi, di un mare di fuoco bloccato, vinto, condensato di colpo dalle onde delle quali ha sovvertito le rive; ed è certo altresì che alla prima sedimentazione di queste enormi colate di lava e di basalto sono succeduti nei secoli nuovi rovesci, sia per terremoti che ne hanno spostato le basi e le guglie, sia per la corrosione insensibile delle acque del mare e il lavorio delle onde, che, usurando e trascinando le parti meno dure, ha isolato e frastagliato le masse più resistenti, sia infine per l’arrivo di nuovi torrenti di materiale fluido sovrappostosi o intercalatosi dopo la prima eruzione. Infinitamente vari sulla spiaggia, questi scogli assumono nello stesso seno del mare e fin dalla loro base le singolari e pittoresche accidentalità (…) lasciando ai naturalisti l’onere di ricercarne le cause».

Rimanendo sul tema della memoria storica e pittoresca, citiamo il giovane «antiquario» ed esploratore veneto, Girolamo Orti, la cui scrittura12 fa rivivere fantasticamente il pathos dell’impatto con l’evocativo paesaggio (di birilli) o, parafrasando il Nibby13, Scopuli Ciclpum tres.
Ricorda il giovane viaggiatore: «Progredendo verso Catania la brunezza, e l’inopia ci cresceano sotto gli occhi. Il cono fumante dell’Etna vie più isolato apparivaci. (…) Che dirò de’ giganteschi, e multiformi suoi prismi che piantati sulle rive del mare da Giarre fino ad Aci, e a Catania gravemente torreggiano?. Un sospiroso, e flebile sussurro di vento, che pur veniaci talvolta rinfrescando l’acceso volto, ce ne accresceva la tristezza; io son d’avviso che la tetra e maestosa lor prospettiva debba formare una ben più forte impressione in chi affatto straniero, e non conscio di essi vi si appressa massime a sera tarda, dal mare. (…) S’avvicinava la sera, e il panico e fantastico mio raccapriccio presso Trizza s’accrebbe alla vista dei tre basaltici scogli denominati dei Ciclopi, oscuri scogli, terribili pareami già aprirsi con gran frastuono il sasso della spelonca di Polifemo: udirne l’urla furiose per l’unic’occhio a lui divelto, ed ei stesso, quasi dietro ad Ulisse, inseguirmi benché tentone, sulla sua clava appoggiato. Spintomi innanzi agli altri, e già pervenuto presso Lignina <Ognina>, i bordonari me la indicarono per il porto, donde quel greco Eroe s’en fuggì: ora una solitudine immensa su quella piaggia, un tranquillo silenzio, appena un piccolo seno»14.

La letteratura geologica del diciottesimo secolo annovera tra i suoi paladini due docenti dell’Università di Catania: l’abate Francesco Ferrara è prof. primario di Fisica (accademico e dottore di filosofia e medicina) Carlo Gemmellaro è docente di Storia Naturale (e direttore del Gabinetto dell’Accademia di Scienze naturali della città etnea). I loro curricula, gemmati di riconoscimenti europei, costituiscono la garanzia scientifica che sconfina i limiti dell’erudizione.

Il Ferrara nelle sue opere adotta il metodo della ricognizione topografica e geologica, come si evince dal passo di uno dei suoi più noti studi, I Campi Flegrei della Sicilia15: «Da Aci a Catania. Aci è fabbricata sopra enormi ammassi di lave colate dell’Etna (…) Da Aci al Capo dei Molini tutto è lave che sono venuti in torrenti dall’Etna (…). Dopo il Capo dei Molini la spiaggia, ed il mare vicino presentano i più belli fenomeni, ed i più interessanti per la storia naturale vulcanica. Il mare ha un’isola, e molti scogli, tre dei quali i più grandi sono detti i Scogli dei Ciclopi per credersi che furono scagliati da Polifemo contro Ulisse, e l’isola è detta della Tresca dal nome d’un picciol paese nella spiaggia. L’isola è lontana 200 passi da terra: ha quasi 300 passi di giro, ed ha un forma ellipsoida. La parte alta ed il lato a settentrione sono formati da un grosso strato di marna cretosa che alimenta alcune piccole piante. Una grande fenditura la divide da oriente ad occidente, il mare vi entra, ed esso ha cominciato così a travagliare alla distribuzione di tutta l’Isola. I fianchi da greco a mezzogiorno sono formati da belle colonne prismatiche di lava di varia grandezza, e diametro, e disposte in varie direzioni. Tutto il resto dell’Isola è di lava divisa da fenditure irregolari che rendono le masse assai informi. Il più grande scoglio è a 50 passi a mezzogiorno dell’Isola, ma tra ambedue vi sono molti scogli che mostrano la loro antica unione. Nel 1718 a forza di mine ruppero la parte superiore dell’Isola per riempire lo spazio del mare, e rendere quieta la spiaggia del paese: ma le onde portarono tutto via. Questo scoglio gira alla base 200 piedi, e ne ha 230 di altezza sul livello del mare, e 66 sotto il livello dal quale la base va ingrandendosi fino al fondo. La forma è acuminata: i fianchi e l’alta cima sono formati dallo strato stesso marnoso dell’Isola; e nella parte di oriente mostra un apparato il più curioso, ed il più istruttivo a vedersi, di colonne prismatiche di lava tutte verticali, a prismi comunemente esagoni di vario diametro, e di varia grandezza articolati, e di un sol getto; l’aspetto non può meglio paragonarsi che all’interno di un grande organo formato di canne ineguali. Il resto dello scoglio è di lava informe, ma della stessa pasta che la prismatica. Segue ad eguale distanza il secondo Scoglio, che ha la stessa forma piramidale, ma meno alto, e meno grande; esso è nella stessa direzione del primo; il terzo è alto, e di minore base. Ambedue sono formati di colonne prismatiche, e di lava informe; come lo sono tutti gli altri minori scogli che si sollevano sulle acque, o restano poco sotto, e riempiono lo spazio tra i grandi, e la spiaggia. Il fondo stesso del mare è formato dalle stesse lave. I Scogli dei Ciclopi sono detti anche Faraglioni della Trezza. (…) Nelle lave dei Ciclopi si trova spesso in gruppi formati da aghi piramidali lucidi semitrasparenti riuniti in un solo centro a raggi divergenti che si riferisce al Zeolithes stellaris di Wallerio».

Carlo Gemmellaro, è il “curioso” della natura e delle rocce plutoniche in particolare. A partire dal 1828 impegna le proprie energie intellettuali nello studio (correlato da ipotesi dotte e suggestive) relativo alla formazione del basalto decomposto dei Faraglioni ai quali assegna la denominazione di Ciclopite16.

La scrittura scientifica di Gemmellaro non rimane tuttavia cristallizzata nell’intelaiatura della sintassi e della nomenclatura indirizzata esclusivamente agli specialisti. Con l’animo del “filosofo” romantico (e positivista) il naturalista coniuga letteratura epica e didattica geologica : «ma nel far parola del litorale dell’Etna, nel dover nominare luoghi classici, stazioni celebrate nella storia (…) il litorale che segno è quello appunto dei Ciclopi, ove ignari della via approdarono i troiani, sotto la scorta di Enea (…). Bello è soprattutto l’osservare in questa isoletta in quante varie direzioni si è introdotto il basalto in massa nelle fenditure della or sovrapposta roccia creduta di marna. Se si potesse supporre che la posizione attuale degli strati di quelle due rocce sia stata conservata così, anche nel tempo della loro formazione, si riconoscerebbe allora ad evidenza la introduzione del basalto nello stato Fucrone, da sotto in sopra, ne’ crepacci della preesistente roccia marnosa; ma nelle rivoluzioni de’ terreni tormentati da’ vulcani non bisogna molto fidarsi dell’attuale loro posizione, che avrà potuto essere una volta tutta al contrario di come ai dì nostri si osserva. Quest’isoletta finalmente è la miniera delle analicismi della più bella e nitida cristallizzazione di qualunque altra parte della terra. Lo scoglio maggiore poi, gli altri due, quelli della spiaggia di Vasarello, e della Trezza, la gran breccia di Aci-Castello, e la collina superiore formano tutti insieme il più ricco terreno basaltico, ove si riconosce senza equivoci il vero basalto in posto; quello attaccato la prima volta dal fuoco vulcanico e rigettato in forma glotulare a superficie vetrosa; e qualche massa di peperino, indizio di antico cratere, come nei vulcani estinti del Val di Noto».

La lezione del Gemmellaro influenzerà (presumibilmente 18) la “filosofia geologica” del giovane accademico Pompeo Interlandi e Sirugo. Le sue osservazioni fisiche (e meccaniche) costituiscono – a nostro parere – un utile supporto persino all’artista che “misura” le proprie energie fisiche e creative con il basalto etneo.

Prima di accostarci ad ammirare le opere della contemporaneità scultoria acquisiamo, con l’ausilio dell’Interlandi19, le istruzioni per estrarre questo prezioso “materiale” radicato nel paesaggio geologico etneo (Militello val di Catania): «Il basalto (…) è la prima roccia che colpisce l’occhio del filosofo indagatore. (…) il basalto vien fatto di riconoscersi per la sua invariabile struttura, pel modo di suo giacimento e per quelle non equivoche distinzioni che porta seco nella serie delle rocce generate dal fuoco. Da ciò emerge che il basalto rinvienesi sotto diverse forme, e che io da quel che ho colto a bell’agio nel terreno che imprendo a descrivere vengo a classificarlo: a) a prismi di angoli acuti; b) a prismi concentrici. (…) La forma dei prismi di quel basalto è il primo obbietto che va a prender posto nella mente del sagace filosofo: forma per lo vero vaga al vedersi e di non poche geologiche idee doviziosa la descriversi: forma si regolare da potersi supporre, se ciò permesso fosse nelle cose della potente natura, di esser manufatto piuttosto e condotto a tutte le regole di proporzione che originato di un agente istantaneo della forza primitiva del fuoco l’ammasso di quei regolari prismi che in apertosi veggono. Quanto è accurata la madre antica natura nelle sue opere! Quanto è tragrande nelle sue combinazioni! I prismi dunque di quella roccia nell’insieme presi formano un masso i angoli salienti e rientranti (…). Tagliata a piccola roccia, vi presenta (…) una forma di prismi triangolari rispetto alla massa, i di cui raggi alla stessa dirigonsi, ed un altra di prismi ad angoli acuti che sporgono dalla roccia, comecché quei prismi slegati sono e ne han lasciato libero il varco. Sono quelli di figura piramidale a triangolo quando il taglio ha luogo ove si addentrano nel centro e vanno nella superficie a finire; e sono all’inverso triangolari quando gli angoli verticalmente disposti dalla base sono all’opposta estremità. Un ammasso di prismi di sorta che ancor nulla danno a vedere dell’interno della massa, perché aggrumati fra loro, mostra alla superficie una sostanza alterata e terrosa, la quale è tagliata da varie commessure che partono per ogni verso la roccia, e che sono i punti di divisione dei prismi; dimodoché per poco si venga a far urto alla stessa, quel gruppo stantemente se ne fa risentito nel punto di unione di prismi, e facilmente questi si dividono l’un l’altro e lasciano alla luce di pieno giorno liberi i di cui angoli erano da loro canto addentrati nella massa di questi. (…) Così veduti dan luogo a parlare su la loro peculiare struttura. (…) Smussati gli angoli e sventata l’interna struttura de’ prismi, cade in acconcio scorgere essere tutti formati di pezzi basaltici l’un su l’altro apposto in senso di articolazione a foggia di lastre di un qualunque edifizio. (…) Il basalto è al colore di grigio cupo che dà al nero, pesante, compatto, a grana fine, ed a frattura concoide».

Opera nel capoluogo della Sicilia, Manlio Geraci (Palermo 1949), il quale sceglie per le sue creazioni i prismi del basalto. Al cospetto della policromatica e massiccia architettura naturalistica, l’artista introietta gli idiomi di quella sonorità fenomenologica che traduce in «sinestia scultorea»20 e potenzia (al contempo) la sinergia concettuale «tra l’elemento percettivo e l’elemento creativo(e fruitivo) dell’opera d’arte»21. Una “scoperta” materica che (a nostro modesto parere) vale la pena di divulgare perché il basalto, grazie alla struttura compatta ed alla tessitura finissima, rende più efficace l’ergonomia creativa in tutte le sue polivalenti sfaccettature artistiche.

L’ultima riflessione di Gillo Dorfles22 ci aiuta a chiosare il “fare” di Geraci: «La funzione dell’artista (…) è oggi come ieri, quella d’insufflare vita nella morta materia, di “spiritualizzare” il materiale cieco e muto; di immettere la formatività entro una forma che era amorfa».

Chi scrive è dell’opinione che anche il nostro scultore possa essere annoverato tra gli artisti (“sperimentali”) del ventunesimo secolo.


BIBLIOGRAFIA

1. Simili alle pietre che Strabone (Geografia, lib. 17) osserva in Etiopia, anche i basalti siciliani presentano (in parte) i comuni caratteri morfologici.

2. La letteratura mitologica è stata confutata, nel XX secolo, dai rigorosi studi filologici condotti da B. Pace, Arte e civiltà della Sicilia antica, Genova 1945, vol. III, pp. 95-96.

3. L’individuazione storica e storiografica dello studio dedicato ai basalti catanesi è stata condotta da F. S. Brancato - F. Gambino, La vita di un materiale nell’architettura:il basalto dell’Etna, Palermo 1989 e 1997.

4. Cfr. Eupalino o l’Architetto, trad. it. a cura di R. Contu, Pordenone 1991, pp. 61-62.

5. J. Houel, Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari, Paris MDCCLXXXII. Ed. cit. trad. it. Viaggio in Sicilia e a Malta, a cura di G. Macchia, L. Sciascia, G. Vallet, Palermo-Napoli 1977.

6. Cfr. Viaggio alle due Sicile e in alcune parti dell’Appennino, tomo I, Pavia 1792, pp. 276-281.

7. Uno studio più approfondito (a nostro parere) lo aveva condotto il “ricercatore” polacco Conte de Borch, autore dell’opera Lythologie sicilienne ou connaissance de la nature des pierres de la Sicile, Rome 1778, pp. 184-185

8. Cfr. Carlo Gastone conte della Torre di Rezzonico, Viaggio della Sicilia (1793), Palermo 1828, pp. 171-172.

9. Cfr.Voyage en Sicile fait en 1820 et 1821, t. III, Paris 1822, pp.56-59.

10. L’ed. cit. è la trad. it. Viaggio pittorico in Sicilia, a cura di R. Volpes, Palermo 1997, p. 302.

11. J. F. D’Ostervald, Viaggio … cit., p. 302.

12. Cfr. Viaggio alle due Sicilie, ossia il giovane antiquario, Venezia 1825.

13. Cfr. A. Nibby, Itinerario delle antichità della Sicilia, Roma 1819, p. 25.

14. G. Orti, Viaggio … cit., pp. 75-76.

15. Il titolo per esteso è il seguente: I Campi Flegrei della Sicilia e delle Isole che le sono intorno e descrizione fisica e mineralogica di queste isole, Messina 1810, pp. 134-135.

16. C. Gemmellaro, Sul basalto decomposto dell’Isola dei Ciclopi, in “Atti dell’Accademia Gioenia di Scienze Naturali di Catania”, s. II, t. II, Catania 1845, pp. 31-319.

17. C. Gemmellaro, Memoria sul confine marittimo dell’Etna (Catania 1828) in “Memorie per la Sicilia”, a cura di G. Capozzo, vol. I, Palermo 1840, pp. 221-231; , 222, 227.

18. C. Gemmellaro, Relazione accademica per l’anno VIII, 10 maggio 1832, in “Atti dell’Accademia Gioenia” … cit., vol: IX, pp. 1-21.

19. P. Interlandi e Sirugo, Osservazioni geognostiche-geologiche sul poggio di S. Filippo e suoi dintorni in MIlitello, in “Atti dell’Accademia Gioenia di Scienze Naturali di Catania”, s. II, t. I, Catania 1844, pp. 37-55; 47-49 (passim).

20. L’espressione appartiene a G. Dorfles, Il divenire delle arti, ed. cit. Milano 1996, p. 57.

21. G. Dorfles, Il divenire delle arti, ed. cit. Milano 1996, p. 67.

22. Cfr. , Il divenire delle arti, cit., p. 131.