IL COLOSSEO


Emanuela N. Croce, Mario Collepardi
Enco Srl, Engineering Concrete - Ponzano Veneto (TV)
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LA STORIA DEL COLOSSEO

Il Colosseo, inserito nel 2007 fra le “Sette meraviglie del mondo moderno” fu voluto dall’imperatore Tito Flavio Vespasiano ed i lavori per la sua costruzione cominciarono nel 72 d.C. , nell’ambito delle operazioni urbane che miravano a restituire al pubblico le zone del centro città di cui Nerone aveva costruito la sua Domus Aurea. L’Anphytheatrum Flavium, questo il suo nome originale, infatti, fu edificato in una valle posta tra il Celio, il Palatino e l’Esquilino, dopo aver prosciugato il piccolo laghetto che era parte integrante della reggia neroniana. Anche il “soprannome” di “Colosseo” affibbiatogli nell’XI secolo, deriva dal fatto che nelle vicinanze sorgeva una “colossale” statua di Nerone.

La costruzione iniziata da Vespasiano venne però completata dal Figlio Tito nell’80 d. C. ed inaugurata con grandiose cerimonie, spettacoli e giochi che durarono 100 giorni, durante i quali vennero sacrificati ben 5.000 animali.

Ulteriori lavori furono operati sotto l’Imperatore Domiziano, altro figlio di Vespasiano, che fece realizzare le strutture sotterranee del Colosseo: sotto il tavolato, ed anche sotto gli spalti dell’anfiteatro trovavano spazio dei vastissimi ambienti di servizio sotterranei, strumentali agli spettacoli con gladiatori e belve che lì si tenevano. Si trattò di modifiche importanti che comportarono la rinuncia agli spettacoli di battaglie navali (naumachiae) per preferire gli spettacoli di caccia (venationes) e i combattimenti dei gladiatori (munera).

Furono costruiti altri edifici di servizio al Colosseo, depositi di armi e attrezzature (il Summum Choragium e gli Armamentaria), lo spogliatoio (lo Spoliarum), un luogo dove si curavano le ferite dei combattimenti (il Sanatorium), i luoghi di allenamento per i gladiatori, una sorta di caserme di cui conosciamo il Magnus, il Gallicus, il Matutinus e il Dacicus. Venne costruita anche una caserma per il distaccamento delle flotte militari di Miseno (Castra Misenatium) che provvedevano a manovrare il “velarium”, una sorta di tela gigantesca che veniva installata per proteggere gli spettatori dal sole e dalla pioggia durante gli spettacoli che si protraevano per tutto il giorno.

Come è noto, al Colosseo si svolgevano i giochi organizzati per volere dell’Imperatore, la maggior parte delle volte utili per accattivarsi l’approvazione del popolo e distoglierlo dalle continue guerre: panem et circenses, secondo Giovenale, distoglievano il popolo dalle continue guerre. Nell’anfiteatro oltre ai combattimenti tra gladiatori si poteva assistere anche ad altri tipi di intrattenimenti, altrettanto sanguinosi e violenti. Vi si eseguivano, infatti, le condanne a morte, allorquando i condannati venivano fatti sbranare da belve feroci (non si disdegnavano, però, altre modalità di uccisione) e le cosiddette venationes, ossia delle cacce a varie specie di animali, che potevano andare dalle tigri, ai tori, agli orsi, provenienti da ogni parte dell’impero. Il Colosseo, continuerà ad ospitare questo genere di spettacoli fino quasi alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Solo nel 438, infatti, l’imperatore Valentiniano III proibirà gli scontri fra gladiatori (munera) e l’ultimo spettacolo fra uomini e belve si tenne nel 523 sotto Teodorico.



Il Colosseo fu consacrato alla memoria dei martiri cristiani con un editto di papa Benedetto XIV e nel 1808 fu restaurato per volere di Papa Pio VIII con l’aiuto dell’architetto Valadier.

TECNICA COSTRUTTIVA

Il Colosseo è il simbolo della potenza e della capacità ingegneristica dei Romani e certamente il più imponente monumento dell’antichità giunto fino a noi.

Il nome di anfiteatro (da amphitheatron, cioè “doppio teatro”) deriva dal fatto che in esso vengono sostanzialmente unite due strutture dei classici teatri a semicerchio. La realizzazione di una tale opera fu possibile grazie alla straordinaria evoluzione dell’architettura romana, sia in fatto di materiali che nell’uso dei vari elementi architettonici. Per limitare il peso, e facilitare quindi il sostegno della struttura, si pensò ad un progetto in cui i vuoti prevalessero sui pieni da cui il larghissimo uso degli archi.

L’anfiteatro Flavio si sviluppa con una pianta ellittica che misura 188 x 156 m, è alto circa 50 m ed era in grado di ospitare da 45.000 a 70.000 spettatori, a seconda delle fonti storiche. Ha tre piani costituiti da 80 arcate separate da colonne rispettivamente in stile dorico, ionico e corinzio; il quarto piano, più alto degli altri tre, era costituito da una massa muraria continua aperta da 40 finestre con lesene di ordine corinzio. Tutto attorno, inoltre, si estendeva un’area lastricata in travertino di 17,60 metri, delimitata da dei cippi. Ma la complessità dell’opera oltre a dover a risultare maestosa e magnificente doveva essere necessariamente molto funzionale.

I sotterranei, che servivano in pratica da “dietro le quinte” erano strutturati secondo complesse e quasi labirintiche gallerie. Oggi una buona parte dei sotterranei è visibile dall’alto ed è chiaramente leggibile il largo corridoio lungo l’asse maggiore che divide l’area in due semicerchi laterali percorsi da dodici corridoi curvilinei. Lungo il muro perimetrale vi sono una serie di ambienti di servizio voltati che probabilmente ospitavano gli animali utilizzati durante i giochi. Inoltre qui dovevano trovare posto le scenografie e vi erano degli ambienti in cui i gladiatori attendevano prima di fare il loro ingresso nell’arena.

Il corridoio lungo l’asse principale dell’ellisse termina con due gallerie che si aprono, con forma trapezoidale, all’interno dello zoccolo di calcestruzzo che forma le fondamenta dell’anfiteatro: quella verso est metteva in collegamento l’anfiteatro con il vicino Ludus Magnus, la più grande tra le palestre/caserme dei gladiatori, mentre quella opposta, in direzione del tempio di Venere e Roma, veniva probabilmente utilizzata per l’allestimento delle scenografie degli spettacoli. Ci sono inoltre altre due gallerie lungo l’asse minore dell’ellisse, quella a nord in direzione Colle Oppio e quella a sud in direzione Celio che non sono state scavate. Una quinta galleria è posizionata sotto il palco imperiale: realizzata in epoca domizianea, era rifinita con tessere bianche e nere, marmi, intonaco dipinto e stucchi, ed è stata identificata come un percorso di accesso riservato esclusivamente all’Imperatore e probabilmente metteva direttamente in comunicazione con qualche edificio imperiale nella zona del Tempio di Claudio sul Celio. Questa galleria veniva chiamata il “passaggio di Commodo”: le fonti lo ricordano, infatti, come il luogo in cui si attentò alla vita dell’omonimo Imperatore.

Al di sotto delle 4 gallerie lungo i due assi si trovano altrettanti condotti idraulici, indispensabili per lo smaltimento sia delle acque piovane sia degli scarichi delle latrine che erano raccolti tramite un canale perimetrale anulare.

Altra necessità da affrontare, era quella di gestire il grandissimo afflusso di pubblico: un efficace sistema di entrate (vomitoria) conduceva ai vari settori dell’anfiteatro e al termine degli spettacoli, veicolava il “traffico” verso le varie uscite, proprio in maniera simile ad uno stadio moderno. Gli spettatori non potevano accedere liberamente a tutte le zone della platea, ma ogni settore del Colosseo era destinato ad ospitare una classe sociale. Così le postazioni più in basso e più vicine all’arena erano riservate ai senatori ed ai nobili. Salendo, prendevano posto i cittadini di fascia più bassa, fino ad arrivare all’ultimo settore in alto, in cui sedevano schiavi e liberti e, in un settore separato, le donne.

Ancora oggi è difficile immaginare un cantiere come quello del Colosseo, così come ci sono ancora difficoltà nella comprensione di diverse tecniche costruttive dell’anfiteatro Flavio.

Chi sia stato l’architetto del Colosseo, come molti altri dell’antichità, è sconosciuto, così come si possono fare solo delle ipotesi sulla forza lavoro; non si può escludere che si sia fatto ricorso a schiavi, tuttavia la qualità della costruzione testimonia l’impiego di manodopera esperta.

Molti sono gli indizi che fanno ritenere il lavoro di costruzione dell’intero anfiteatro un’operazione complessa ideata, progettata e realizzata con un costante e attento controllo esercitato al fine di mantenere un alto grado di produttività durante l’intera fase di edificazione, tenendo cioè sempre in considerazione gli aspetti legati all’efficienza, intesa non solo come rapidità di esecuzione, ma anche come rendimento qualitativo, nonché come solidità strutturale e lunga durata dell’opera realizzata, col minor costo possibile.

In quest’ottica sono da valutare tutte quelle scelte fatte in fase di costruzione del Colosseo tali da permettere il lavoro contemporaneo su più fronti ed in luoghi diversi. Il problema principale era, infatti, costituito dalla questione logistica ed organizzativa di far lavorare molte centinaia di persone nello stesso luogo. Il basso indice di meccanizzazione comportava, infatti, a quei tempi, lavorazioni ad altissimo ‘contenuto’ di manodopera di tipo schiavistico. Essendo questa un bene pressoché illimitato, a basso costo e non essendoci problemi di approvvigionamento del materiale, facilmente reperibile nelle zone intorno a Roma, la questione della moltiplicazione dello spazio lavorativo di cantiere era di primaria importanza. Di qui la necessità di dislocare lavorazioni simultanee in luoghi diversi.

Innanzitutto i blocchi di travertino, ma anche quelli di tufo, arrivavano in cantiere già squadrati, percorrendo le ampie strade appositamente realizzate in modo da permettere il transito contemporaneo di un gran numero di carri. I conci, così regolarizzati, una volta in cantiere venivano raggruppati a seconda delle proprie altezze in modo da poter essere messi in opera nello stesso filare orizzontale. Una grande mole di lavoro era dunque gestita fuori sede, probabilmente presso le cave dove il materiale veniva estratto, tagliato e regolarizzato. Nello stesso tempo altri grossi blocchi di marmo erano in lavorazione presso gli scultori per l’esecuzione di quel grandissimo numero di statue che, a struttura ultimata, sarebbero state collocate in ogni fornice esterno. Allo stesso modo venivano “semilavorati” i fusti delle colonne e i capitelli: tale operazione di prima sbozzatura dei conci lapidei, finalizzata alla semplificazione della finitura ultima in base alla messa in opera, era comunque di prassi per tutti i cantieri dell’impero romano e non solo per il Colosseo.

Altri elementi di razionalizzazione del cantiere e dunque di celerità esecutiva consistono nel massiccio utilizzo di elementi modulari in un edificio che, compatibilmente con la forma ovale, risulta comunque geometricamente regolare, ripetitivo e con poche eccezioni. Tutti i gradini delle scale, per esempio, erano delle stesse misure così come i sedili di marmo destinati agli spettatori avevano tutti la stessa dimensione di 57 cm ciascuno.

L’intero anfiteatro Flavio era poi diviso in settori ognuno dei quali affidato ad appaltatori differenti. Ogni impresa, responsabile di un settore, lavorava con proprie maestranze e poteva giovarsi di una certa libertà di scelta nelle soluzioni tecniche esecutive. A prova di ciò esistono in vari luoghi della costruzione soluzioni tecniche costruttive che differiscono tra loro anche sensibilmente relative a parti architettonicamente uguali le quali appaiono chiaramente dettate da impostazioni esecutive diverse e concorrenziali.

Sono tuttora ben visibili nel Colosseo le congiunzioni in cui le parti realizzate dai cantieri dei diversi settori adiacenti vanno ad unirsi; è proprio qui che le incongruenze costruttive, come errori di scansione del partito architettonico o di definizione della quota d’imposta degli archi, determinano difetti di corrispondenza che non sfuggono anche ad un’osservazione superficiale.

L’osservazione della conformazione attuale rivela irregolarità anche notevoli ma che, nell’imponenza dell’insieme, evidentemente, non disturbavano l’effetto architettonico generale originario.

D’altronde la correzione in corso d’opera di incongruenze costruttive di questo tipo avrebbe comportato il rifacimento di parti consistenti con alti costi in termini di economia e di tempi d’esecuzione. Anche la mancanza di un perfetto allineamento verticale in prospetto tra i pilastri degli ordini sovrapposti, verificata con i rilievi, dimostra la determinazione a sacrificare il rigore esecutivo all’efficacia produttiva connessa all’autonomia dei singoli cantieri di costruzione. Dall’analisi dei particolari costruttivi dell’intero edificio sembra emergere una regola generale alla quale le maestranze dovevano attenersi: avere cura del dettaglio solo nel caso in cui ciò risultasse indispensabile. L’attenzione dei particolari è infatti un costo, economico e di tempo, che aumenta enormemente con l’affinarsi dell’esecuzione, con la riduzione cioè delle approssimazioni e delle tolleranze. Impiegare risorse per affinamenti non necessari implicava una perdita di efficienza, rigorosamente da evitare.

Gli esempi di applicazione di questa regola sono molti nelle finiture, ma anche in elementi strutturali. Per altri dettagli, ritenuti invece importanti, non vi erano eccezioni all’attenta cura prestata. Analizzando, ad esempio, la giacitura degli strati geologici del travertino, nei conci delle arcate, questi sono sempre paralleli a una delle due facce laterali dei cunei. Questa modalità di posa veniva quindi considerata irrinunciabile, ciò a causa, evidentemente, della consapevolezza dei costruttori romani che il travertino fosse un materiale tutt’altro che isotropo.

Quanto alle volte a botte e a crociera del monumento esse sono realizzate, come di consueto per i Romani, con l’uso dell’opus caementicium, allettato a strati orizzontali su centina lignea.

Una tecnica esecutiva che compare per la prima volta nel Colosseo, ancora non sufficientemente studiata, ma certo da valutare anch’essa nell’ottica di una maggior rapidità esecutiva ed efficacia statica, è l’inserimento di archi in laterizio, collegati tra loro, all’interno dell’opus caementicium costituente le volte a botte.

Ci sono varie ipotesi riguardo alla funzione di queste ‘nervature’: secondo alcuni servirebbero ad irrigidire la struttura, secondo altri a ripartire la massa di calcestruzzo fresco; altra ipotesi potrebbe essere quella di frazionare il ritiro della malta costituente la concrezione, in fase di presa e di indurimento, rendendolo in questo modo trascurabile; su grandi dimensioni, infatti, il ritiro avrebbe potuto causare pericolose fessurazioni. Attualmente la teoria più accreditata sembra essere quella secondo cui esse avevano la funzione di sgravare le centine lignee ed i puntelli sottostanti che, pertanto, potevano avere dimensionamenti molto più contenuti, dovendo sostenere solo poco più del peso delle costolature e non tutto il peso della massa di concrezione ancora fresca, oltre a consentire un disarmo in tempi più celeri. Ciò costituiva un risparmio di materiale, oltre che per il ridimensionamento dei puntelli, anche perché permetteva un celere disarmo consentendo, oltretutto, di riutilizzare la stessa centina più volte. Inoltre puntelli più semplici e snelli erano più facilmente e rapidamente gestibili. Infine, e questa sembra essere stato il fattore più importante, si otteneva un risparmio di tempo per la più veloce praticabilità di una volta appena gettata. Tuttavia ciò non toglie che certamente le nervature potevano assolvere a tutte le funzioni suddette.

Lo stesso spirito di celerità ed efficienza si può riscontrare nella costruzione delle fondazioni, costituite da una imponente platea ovale (diametro maggiore 188 m, diametro minore 156 m), con foro ovale centrale, profonda in media 13 metri. La platea infatti, non fu ottenuta mediante uno scavo, per la realizzazione del quale sarebbe stato necessario un grosso impegno lavorativo, ma in elevato, colmando poi le zone adiacenti con terreno e macerie di riporto, provenienti dalle zone circostanti.

Questa struttura in concrezione romana (opus concretum) con frammenti di pietra vulcanica dura (leucitite), particolarmente solida, compatta e impermeabile, prende il posto di un avvallamento naturale che, come è noto, era occupato da un piccolo bacino di raccolta delle acque provenienti dai colli, il così detto ‘Stagno di Nerone’. Le strutture neroniane, portici e costruzioni, che vi sorgevano intorno, furono seppellite nel terreno di riporto perimetrale.

La piattaforma di fondazione confinata ai suoi contorni da un poderoso muro in opus caementicium e cortina laterizia dello spessore di 3 metri, costituiva un appoggio particolarmente solido ed imponente in relazione al terreno acquitrinoso particolarmente cedevole che peraltro, con i secoli, ha determinato cedimenti differenziali nella parte verso il Celio.

Una volta terminato il basamento, esso venne coperto con un pavimento in travertino, spesso in media 90 cm. Su questo pavimento di pietra si marcarono i riferimenti per i pilastri principali dei muri radiali, ed i blocchi di base dei pilastri vennero letteralmente ancorati al pavimento, con un perno in ferro bloccato con piombo fuso. Questo scheletro di pilastri venne alzato sino al secondo ordine di piani e i pilastri furono collegati, alla sommità, da grossi archi in mattoni bipedali, cioè alti circa 60 centimetri, situati in modo da rendere possibile la costruzione di numerose volte rampanti, che nel loro complesso costituiscono il grande imbuto o cavea destinata a sostenere le gradinate per gli spettatori. In questo modo i lavori di costruzione potevano continuare contemporaneamente sopra e sotto la cavea, coprendo quasi tutte le volte tra gli archi ma lasciandone alcune aperte per poter sollevare i carichi. Il riempimento tra i pilastri è stato ottenuto, per il piano terreno, con opus quadratum di tufo, e per il secondo ordine con conglomerato cementizio a paramento di mattoni semilateres. La combinazione di materiali diversi ha inoltre permesso di aumentare la resistenza e l’elasticità della struttura complessiva.

Altro fattore favorente la celerità dei lavori fu la meccanizzazione del cantiere. I Romani erano in grado di costruire complesse macchine per il sollevamento dei blocchi le quali, pur essendo di legno consentivano, mediante sistemi di leve, verricelli e argani, di elevare notevoli carichi.

Molto probabilmente anche i piani inclinati costituiti dalla sommità dei muri radiali che sostengono la cavea nonché altre superfici inclinate eseguite con terreno di riporto e detriti, furono usate come piani di adduzione per il trasporto e sollevamento dei blocchi.

Quanto agli enormi blocchi in travertino, essi venivano montati mediante macchinari: infatti, in quasi tutti i blocchi sono presenti numerosi fori a coda di rondine praticati al fine di consentirne l’aggancio. Prima di procedere all’appoggio di ogni singolo pezzo, veniva spalmato sulla superficie del blocco inferiore uno strato sottile di boiacca di calce; questo strato fluido favoriva lo slittamento dei massi uno sull’altro e, nello stesso tempo, rendeva le parti a contatto più “coesive”. Aveva inoltre, evidentemente, l’importante funzione di distribuire i carichi sull’intera sezione orizzontale, evitando pericolose concentrazioni su aree limitate per la non perfetta complanarità delle facce combacianti. Inoltre venivano disposti perni metallici in appositi alloggiamenti, scalpellati nelle facce dei conci. A collocazione ultimata, infine, si colava piombo fuso in apposite canalette scalpellate nel blocco inferiore, che convogliavano quest’ultimo fino ai perni predisposti all’interno dei blocchi stessi che venivano così efficacemente fissati.

Quella miriade di fori, che attualmente sono visibili su buona parte della struttura in travertino del monumento, sono le tracce del laborioso recupero, attuato nel Medioevo, di materiali metallici divenuti all’epoca particolarmente appetibili.

Le grappe nel Colosseo evitavano spostamenti relativi tra i blocchi sia in fase di costruzione quando, in assenza di carichi sovrastanti e nel montaggio ed allineamento dei blocchi superiori, erano ancora possibili spostamenti indesiderati, ma avevano anche la funzione di ottenere un rinforzo statico della struttura una volta terminata, ritenendo insufficiente l’effetto dell’attrito tra gli enormi massi alla durabilità statica dell’edificio nell’ipotesi certamente plausibile di un evento sismico.

Infatti l’unica situazione in cui l’effetto dell’attrito tra i blocchi può diminuire considerevolmente è il caso del sisma. Le oscillazioni sussultorie possono, in determinati istanti, diminuire l’effetto della forza peso e le oscillazioni della struttura possono incidere negativamente sull’aderenza tra le facce dei conci, anche se per brevissimi periodi di tempo. In queste situazioni, gli effetti delle oscillazioni ondulatorie possono determinare dislocazioni dei singoli blocchi rispetto a quelli circostanti. E’ evidente che la presenza dei perni poteva avere la funzione proprio di evitare il reciproco slittamento dei blocchi di travertino, in quanto essi esercitavano un efficace vincolo che, resistendo al taglio, si opponeva agli spostamenti orizzontali.

Quindi è ipotizzabile che i Romani abbiano constatato gli effetti dei sismi su murature di monumenti più antichi in opus quadratum ed abbiano, di conseguenza, molto opportunamente, trovato, o comunque utilizzato in modo sistematico, il più efficace espediente per prevenire il verificarsi di tale grave danno.



MATERIALI IMPIEGATI

I prodotti impiegati nella realizzazione del Colosseo a Roma includono tutti i tipi di materiali disponibili all’epoca della sua costruzione e dei numerosi restauri che si sono succeduti nel corso dei venti secoli di vita della struttura: pietre, metalli, laterizi, calcestruzzo, legno e tessuti.

I tipi di pietra più diffusamente impiegate nella costruzione del colosseo sono il tufo e, naturalmente, il travertino; tuttavia un varietà incredibile di marmora sono stati impiegati nell’Anfiteatro Flavio durante tutte le fasi costruttive della sua storia. Il monumento più famoso di Roma veniva abbellito attraverso l’utilizzo delle tipologie di pietre ornamentali più “in voga” al momento dei restauri e i rifacimenti necessari dopo i vari eventi distruttivi (prevalentemente incendi e terremoti).

I litotipi più usati con funzione estetica sono certamente il marmo proconnesio, in misura minore il marmo lunense (Carrara), il marmo cipollino, la sienite o granito rosso (di Assuan) ma anche il pavonazzetto (marmor phrygium), il porfido rosso (lapis porphirites) e verde, il serpentino (marmor lacedaemonium), il verde antico (marmor Thessalicum), il rosso antico (marmor taenarium), il costosissimo giallo antico (marmor numidicum) e molti altri.

Questi marmi prevalentemente sono stati usati per i fusti delle colonne e i capitelli che abbellivano la summa cavea, ma anche per rivestire l’opus latericium e l’opus caementicium con lastre parietali e pavimentali, per la realizzazione di fontane, statue, balaustre, sedili degli spalti pavimenti in opus sectile e in mosaico (dall’opus signinum, al mosaico a tessere bianche e nere, all’alessandrino), ecc.

Ma è il travertino il materiale lapideo che caratterizza maggiormente il Colosseo. Oltre 100.000 metri cubi di questo materiale furono usati, tra la facciata e l’interno. Il materiale fu scelto perché le cave erano vicine, a Tivoli da cui il nome lapis Tiburtinus, e anche perché questa pietra possiede eccellenti proprietà meccaniche: è facile da lavorare e ha un’ottima resistenza allo schiacciamento e all’usura: sopporta quasi 330 kg per centimetro quadrato. Esso non si presta ad essere scolpito con dettagli minuti data la sua particolare struttura sedimentaria estremamente disomogenea e porosa; nonostante ciò esso grazie al sapientissimo impiego in una struttura tanto straordinaria quale è il Colosseo non può che apparire maestoso ed elegante.

Al momento della sua costruzione tutte le strutture esterne del Colosseo erano completamente realizzate in travertino e quindi la struttura appariva bianchissima con le arcate del secondo e terzo ordine esterno decorate da statue in marmi colorati che rappresentavano eroi, divinità e personalità dell’antica Roma. Anche l’attico era riccamente decorato: tra finestra e finestra erano affissi grandi clipea di bronzo, cioè scudi rotondi (Fig. 2).



Il travertino è un materiale lapideo calcareo bianco con venature color miele talvolta con striature più scure originatosi dalla precipitazione del carbonato di calcio più o meno puro da acque termali calde. Nonostante la sua porosità questo materiale è molto resistente a compressione, duro, fragile e pochissimo gelivo. Il travertino utilizzato nella costruzione del Colosseo proveniva dalla cava del Barco situata sulla strada per Tivoli. Ci sono testimonianze dell’utilizzo di questa pietra da parte dei Romani già a partire dal III sec. a.C. per esempio nei Templi dell’Acropoli Tiburtina nei pressi di Tivoli. Con Augusto e la dinastia Giulio-Claudia, a partire dalla metà del I secolo a.C., il travertino divenne il materiale caratteristico dell’architettura di Roma e, insieme all’impiego degli archi a tutto sesto, il simbolo della città eterna. Con la costruzione del Colosseo in epoca Flavia, realizzata tutta in opera quadrata di travertino, si arriva alla massima diffusione a Roma di questa pietra che ne diverrà inevitabilmente il simbolo.

Oltre ai materiali lapidei il Colosseo si distingue anche per il massiccio impiego di mattoni utilizzati per gli archi, le colonne (Fig. 3), il rinforzo delle volte, i pavimenti (opus spicatum) e di calcestruzzo antico (opus caementicium) utilizzato sia per parte delle fondamenta, che come nucleo delle murature che erano formate da un getto di malta (materia) tra due paramenti in mattoni che fungono da cassi a perdere ed il successivo conficcamento a mano di rottami di pietra e mattoni (caementa) (Fig. 4).





FENOMENI DI DEGRADO PIU’ DIFFUSI

Il Colosseo è una struttura complessa, polimaterica, il cui aspetto attuale è il risultato di una miriade di modificazioni che si sono succedute sulla struttura e sui materiali a partire dal periodo immediatamente successivo alla sua inaugurazione. In questa ottica è facilmente immaginabile che le forme di degrado siano le più svariate. Ma chiunque si sia trovato, specialmente negli ultimi trent’anni, di fronte al Colosseo, insieme allo stupore e alla meraviglia che riempie gli occhi e il cuore alla vista di tale magnificenza, non ha potuto fare a meno di constatare quanto il Colosseo sia “sporco”; alla originaria intenzione dei suoi costruttori di creare una struttura dal bianco abbacinante, si contrappone oggi un edificio magnifico ma…..quasi completamente nero.

Lo smog, la polvere, il guano dei piccioni, per i “non addetti ai lavori” sono fattori che limitano il completo godimento delle magnificenza della struttura, ma sono facilmente ovviabili con una pulitura delle superfici. Purtroppo però quello che comunemente è considerato lo “sporco” del Colosseo non è una patina superficiale più o meno tenace, ma è la crosta nera cioè un vera e propria modificazione dei primi millimetri, in alcuni casi anche centimetri della superficie lapidea per la quale non è sufficiente una “semplice” operazione di pulitura.

I materiali lapidei di natura calcarea, come il travertino, sono soggetti ad un tipo di degrado che si esplica in atmosfere inquinate quali quelle delle grandi metropoli attraverso un complesso processo chimico-fisico cui partecipano l’emissione di SO2 da combustibili da riscaldamento e scarichi automobilistici ricchi in zolfo insieme a polveri sottili nere e idrocarburi incombusti, che va sotto il nome di solfatazione del carbonato di calcio. In pratica il carbonato di calcio (calcite) compatto e poco solubile, si trasforma, a causa dell’anidride solforica, in solfato di calcio idrato (gesso) poroso e solubile. Questa trasformazione del materiale originario si accompagna a due tipologie di degrado:

1) la formazione di croste nere localizzate in zone poco dilavate dall’acqua piovana (sotto i cornicioni, tra le pieghe delle lavorazioni) che sono il risultato dell’inglobamento da parte della porosità del gesso delle particelle di smog che entrano a far parte del primo strato di materiale, rendendolo crostoso e nero (Fig. 5);

2) la perdita dello strato superficiale del materiale lapideo quando la superficie e sottoposta al dilavamento; lo strato di gesso che si forma non viene impregnato di polvere, ma viene asportato dalla pioggia e/o dal vento in quanto molto solubile, poroso e sovente polverulento. Questo secondo aspetto della solfatazione viene considerato un danno inferiore in quanto la superficie non appare nera e crostosa, ma bianchissima e apparentemente integra (Fig. 6), tuttavia è altrettanto grave perché di fatto si perde parte dello spessore superficiale che, specialmente nei casi di bassorilievi e altorilievi, annienta la leggibilità attraverso l’eliminazione della tridimensionalità.







Il fenomeno chimico può essere così riassunto:

- ossidazione all’aria umida della SO2 atmosferica (deriva6ta dai combustibili) con formazione di acido solforico H2SO4:

SO2 + ½ O2 + H20 ⇒ H2SO4 [1]

- neutralizzazione della pietra calcarea e formazione di gesso poroso (CaSO4•2H2O):

CaCO3 + H2SO4 + 2 H2O ⇒ CaSO4•2H2O [2]


- deposito del pulviscolo atmosferico nero nel gesso poroso e formazione di crosta nera;

- rimozione del gesso di neoformazione ad opera dell’acqua nelle zone aperte esposte all’azione della pioggia.

Nella Fig. 5 è mostrato un classico esempio di formazione di croste nere sotto gli archi non dilavate dall’acqua piovana. Si può notare anche una significativa differenza cromatica tra la parte bassa delle colonne più chiare esposte alla pioggia e la parte più alta delle colonne protette dalla pioggia dai prosperanti cornicioni superiori.

RESTAURI DEL COLOSSEO

Nel 217 d.C., a causa di un incendio provocato da un fulmine, crollarono le strutture superiori del Colosseo e i lavori di restauro, eseguiti a cura di Alessandro Severo, durarono cinque anni durante i quali i giochi furono trasferiti al Circo Massimo. Altri lavori di restauro furono eseguiti per riparare i danni di un altro incendio causato da un fulmine nel 250. A seguito di terremoti nel 470 e nel 484 furono realizzati altri restauri. Dopo un altro terremoto dell’847 il Colosseo fu per lungo tempo utilizzato come fonte di materiale edilizio per palazzo Barberini ed il porto di Ripetta. Purtroppo quasi tutti i marmi pregiati che ornavano il Colosseo sia nei rivestimenti pavimentali e parietali che negli ornamenti (colonne, capitelli fontane, balaustre, ecc) del Colosseo fu dilapidato per essere impiegato nel rivestimento di chiese o di altri edifici pubblici o addirittura per ricavarne calce: è celebre la frase: “Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini”che tradotta significa “quello che non hanno fatto i barbari, lo hanno fatto i Barberini!”.Questa frase satirica è indirizzata a papa Urbano VIII e ai membri della sua famiglia Barberini per gli scempi edilizi di cui si resero responsabili non solo per i danni al Colosseo ma anche ad altri edifici storici di rilevante importanza come il Pantheon. Papa Urbano VIII nel 1625 fece asportare e fondere gli antichi bronzi romani del Pantheon, per costruire il baldacchino di San Pietro e i cannoni per Castel Sant’Angelo.

Il periodo neoclassico vide rifiorire l’interesse per il Colosseo quindi ebbe inizio una nuova fase di restauri che seguitarono per tutto il secolo diciannovesimo. A seguito di un altro terremoto nel 1806 furono iniziati altri restauri guidati da Raffaele Stern per puntellare vari conci pericolanti con l’aggiunta di uno sperone in mattoni. Dal 1815 e nel 1823 il restauro fu seguito da Giuseppe Valadier e durante le operazioni tra le altre cose venne chiuso l’anfiteatro mediante cancellate e rinforzato l’anello perimetrale che si trova sul lato dei fori. Altri restauri per consolidare il Colosseo furono portati avanti dal 1830 al 1850 sotto la guida di Gaspare Salvi, sotto la cui direzione venne rinforzato il terzo anello sul lato di via san Gregorio, e di Luigi Canina, cui si deve la risoluzione di un problema di strapiombo verso l’interno della struttura.

Altri lavori sono stati eseguiti nel secolo scorso dal 1938 al 1939 per ristabilire le strutture sotterranee modificate da precedenti lavori di restauro.

CONCLUSIONI

Simbolo dei fasti dell’impero, l’Anfiteatro ha cambiato nei secoli il proprio volto e la propria funzione. Oggi il Colosseo è un monumento a se stesso e alle opere dell’ingegno umano che sopravvivono al tempo; esso si presenta ancora come una struttura funzionale e dinamica, visitabile su due livelli, che offre un’ampia panoramica sugli spazi interni, ma anche brevi e suggestivi scorci della città; al suo interno, inoltre, sono spesso organizzate esposizioni temporanee legate ai temi sempre attuali dell’antico e del suo rapporto con la contemporaneità, nonché spettacoli moderni.

Il Colosseo è giunto a noi come testimonianza del passato e a noi spetta consegnarlo alle generazioni future conservandone per quanto più possibile la materia che lo costituisce e la documentazione delle sue vicissitudini e delle sue alterne fortune nel corso della storia. In questa ottica si inserisce il tanto atteso intervento di restauro da anni invocato e atteso e finalmente giunto alla sua fase preliminare; come annunciato dal Sottosegretario di Stato ai Beni e alle Attività Culturali Francesco Giro «i lavori partiranno alla fine dell’anno e dureranno tra i 24 e i 36 mesi». Adesso bisognerà pubblicare i bandi per la scelta delle imprese e poi partirà il restauro sulla base dei progetti esecutivi predisposti dalla Sovrintendenza per i Beni Archeologici.

Dobbiamo ora essere grati all’Imprenditore Della Valle che intende investire 25 milioni di euro per il restauro di questa imponente opera architettonica dopo un accurato esame diagnostico dal punto di vista strutturale e dei materiali. In particolare è auspicabile un’ampia ed articolata fase diagnostica in quanto l’opera d’arte, in questo caso tra i maggiori capolavori dell’ingegno umano, non si pone solo come oggetto della fruizione, bensì essa è documento storico a tutti gli effetti. In questa ottica l’intervento di restauro rappresenta un momento fondamentale per la conoscenza delle tecniche dei materiali e delle tecnologie impiegate nei venti secoli di vita del Colosseo.

BIBLIOGRAFIA

Federica Guidi, Morte nell’arena. Storia e leggenda dei gladiatori, Mondadori 2006.

Giovanni Manieri Elia, Costruzioni monumentali nell’Antica Roma. Efficienza produttiva e qualità costruttiva. Problematiche tecnologiche, strutturali e di cantiere: l’esempio del Colosseo sito web metodi e tecniche del restauro architettonico, Articolo presente al seguente link: http://metodoetecniche.blogspot.com/p/articoli-dellautore.html

Bianca Misitano, L’anfiteatro Flavio, www.signaiferre.it

Rota Colisei, La valle del Colosseo attraverso i secoli, Mondadori Electa, 2002

Adriano Morabito, www.romasotterranea.it

Marco Bianchini, Le tecniche edilizie nel mondo antico, Editrice Dedalo, Roma 2010